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Archive for agosto 2009

39 anni fa

Nel 1972 Giovanni Marini (l’anarchico che, in compagnia di Mastrogiovanni, venne aggredito quello stesso anno da un gruppo di fascisti nei pressi del lungomare di Salerno) stava raccogliendo notizie per far luce sulla morte di cinque anarchici (quattro ragazzi calabresi e una giovane tedesca) avvenuta due anni prima; i 5 ragazzi morirono nella loro auto travolta da un camion mentre si stavano recando a Roma per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi di Piazza Fontana e Gioia Tauro.
Questa è la loro storia.

***

GIOVANNI ARICO’, ANGELO CASILE, LUIGI LO CELSO, FRANCO SCORDO, ANNELISE BORTH
Maria Itri, http://www.reti-invisibili.net/aclcsb/

È la notte del 26 settembre 1970; quattro ragazzi anarchici di origine calabrese, e una giovanissima tedesca, muoiono in un incidente stradale alle porte di Roma. Erano partiti poche ore prima da Vibo Valentia ed erano diretti verso la capitale: scopo del viaggio, partecipare ad una manifestazione contro la visita del presidente americano Nixon, ma non solo. Ad attenderli a Roma ci sono anche alcuni compagni anarchici e l’avvocato Edoardo Di Giovanni, al quale i cinque devono consegnare alcuni documenti.

Sono mesi cruciali per il Paese: i ragazzi muoiono in un’Italia che, appena nove mesi prima, ha conosciuto l’orrore di piazza Fontana, dopo un’intensa stagione di scontri sociali; muoiono in un paese confuso, mentre il “mostro” Valpreda è ancora in carcere e in altre stanze pare si stia preparando- di lì a poco- un colpo di stato. Due mesi prima, a Gioia Tauro, il deragliamento di un treno aveva provocato la morte di sei persone. Le prime indagini, frettolose e farraginose, avevano stabilito che si trattava solo di un incidente ma le cose in realtà erano molto diverse. Gli anarchici reggini avevano lavorato a lungo sulla vicenda, scoprendo un intreccio tra destra eversiva e ‘ndrangheta, e il loro collegamento aveva portato dritto a Junio Valerio Borghese, il principe nero. La verità sulla strage di Gioia Tauro, per i tribunali, arriverà solo nel 2001, quando la Corte d’Assise di Palmi, dopo le rivelazioni del pentito Giacomo Ubaldo Lauro, stabilirà che la tesi dei cinque anarchici era corretta, e che la tragedia non era da imputare ad una fatalità, ma all’esplosivo che era stato collocato sui binari prima del passaggio del treno. Mandanti ed esecutori, però, restano ignoti o sono morti, e la giustizia italiana deve fermarsi qui.

Si fermano invece a Ferentino trentacinque anni fa anche i documenti dei ragazzi, quando la loro Mini si incastra sotto al rimorchio di un autotreno. Incidente, come sostiene la procura di Frosinone, o omicidio, come ripetono i compagni e le famiglie? “In Italia va di moda l’incidente” scriveva Camilla Cederna raccontando come nei mesi successivi la strage di piazza Fontana numerosi testimoni o persone in qualche modo legate alla vicenda avevano perso la vita in misteriosi scontri d’auto. Nella storia dei cinque ragazzi le prime coincidenze riguardano la figura di Borghese, che appare in maniera inquietante sullo sfondo in più occasioni. I fratelli Aniello, alla guida del Tir contro il quale impatta l’auto, risultano essere suoi dipendenti; in secondo luogo l’incidente avviene in vista del castello di Artena, di proprietà del principe Borghese. Nello stesso punto, otto anni prima, era morta in un incidente d’auto la moglie del comandante della Decima Mas, la nobile russa Daria Osluscieff, e nella stessa occasione era rimasto ucciso Ferruccio Troiani, il giornalista che l’accompagnava: stesso incidente d’auto nello stesso punto. Ancora più inquietanti appaiono però le dichiarazioni del pentito Giuseppe Albanese: “L’avvocato Barbalace di Pizzo Calabro, durante la comune detenzione nel carcere di Lecce, ebbe a confidarmi che i giovani anarchici erano stati uccisi da una squadra che era alle dipendenze del principe Borghese. Aggiunse che quello stesso sistema era stato utilizzato per eliminare una parente scomoda dello stesso Borghese”. E ancora, i rapporti dell’incidente della polizia stradale sono firmati da Crescenzio Mezzana, che pochi mesi più tardi si precipiterà a Roma per partecipare al fallito golpe.

Dieci giorni prima dell’incidente di Ferentino, inoltre, viene ucciso a Palermo il giornalista Mauro De Mauro, marò della X Mas; tra le molte ipotesi sulla sua scomparsa c’è chi ha sostenuto che fosse a conoscenza delle collusioni tra la mafia siciliana e i piani di realizzazione del colpo di stato diretto da Borghese. Dalla tessera ferroviaria di Casile risulta che il ragazzo aveva compiuto nell’estate 1970 numerosi viaggi proprio a Palermo: è possibile che anche l’anarchico stesse seguendo una traccia simile a quella di De Mauro? Cosa stava accadendo a Palermo in quei mesi tanto da richiamare tutta questa attenzione?Infine, esiste un’informativa del controspionaggio su quello che è successo a Ferentino: il documento però, contro ogni logica, è compilata dal controspionaggio di Palermo, diretto nel settembre 1970 dal colonnello Bonaventura, braccio destro del generale Miceli, accusato di aver partecipato ad alcune riunioni a Roma come referente dei servizi deviati siciliani. Nel novembre 2001 Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi, consegna una relazione al tribunale di Brescia: sostiene di avere identificato una nuova struttura clandestina parallela ai servizi segreti, attiva dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta, denominata come “Noto servizio”. La struttura era stata fondata da un gruppo di ex repubblichini riuniti attorno alla figura di Junio Valerio Borghese, e può contare su un gruppetto di “specialisti” in grado di simulare incidenti stradali, eliminando così elementi scomodi.

Oltre alla dinamica dell’incidente di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, risultano incomprensibili alcune questioni: perché alle famiglie non furono mai restituiti gli oggetti personali e le agende dei ragazzi? E perché agli amici fu impedito di visitare le salme e di vedere Annelise se non quando la ragazza entrò in uno stato di coma ormai irreversibile? E ancora, cosa c’era dentro il fascicolo intestato ai ragazzi scoperto in un deposito della via Appia dallo stesso Giannuli nell’estate del 1996, e trovato completamente vuoto?E poi ci sono le testimonianze, che raccontano di una misteriosa telefonata a casa Lo Celso la sera precedente l’incidente, nella quale un amico di famiglia che lavora nella polizia politica avverte il padre di Luigi di non far partire il figlio con gli altri ragazzi. E ancora, è esistito davvero questo dossier di controinformazione? Il 6 settembre, tre settimane prima dell’incidente, Aricò telefona a Roma e comunica agli anarchici della federazione che la controinchiesta procede bene, e che una parte del materiale è stata spedita al compagno Veraldo Rossi, che non riceverà mai il plico. Lo stesso Aricò prende poi un appuntamento con l’avvocato Edoardo De Gennaro per il 27 settembre a Roma: non arriverà mai. Fra la fine di agosto e il mese di settembre, raccontano i compagni dei cinque, succedono strani episodi:rullini fotografici che scompaiono, minacce telefoniche, aggressioni. Nel 1993 il pentito Giacomo Ubaldo Lauro, nel corso dell’inchiesta Olimpia, torna a parlare di quella vecchia storia dimenticata. Racconta di come quella morte, in realtà, possa avere una spiegazione, parla di conversazioni a proposito dei presunti mandanti; voci, appunto, non sufficienti, però,a riaprire il caso. Ricorda Tonino Perna, il cugino di Aricò: “Ho sempre di fronte l’immagine di mio cugino che due giorni prima di partire l’ho visto scuro in viso, veramente terrorizzato. Credo che un paio di giorni prima di partire per Roma avevano capito di aver toccato un nervo vitale. Avevano paura”.

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Soprusi sul maestro “legato”
e lasciato morire nel letto

Daniele Nalbone
Liberazione, 23 Agosto 2009

E’ un quadro inquietante quello che sta emergendo dalle testimonianze che ci giungono sul caso Mastrogiovanni, il maestro elementare di Castelnuovo Cilento morto lo scorso 4 agosto legato ad un letto nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania dove era ricoverato per essere sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Il racconto di parenti, personale dell’ospedale e quanti erano presenti il 31 luglio, giorno dell’arresto di Mastrogiovanni, al campeggio Club Costa di San Mauro Cilento ha portato i deputati radicali Rita Bernardini, Farina Coscioni, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti a presentare un’interrogazione parlamentare urgente ai ministri degli Interni, Roberto Maroni, e del Lavoro, Salute e Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, per chiedere un’ispezione all’ospedale di Vallo «per il trattamento inumano subito da Francesco» spiegano «e perché sia avviata un’indagine interna alle forze dell’ordine per quanto riguarda l’ingente, eccessivo spiegamento di forze dell’ordine per la sua cattura».
Perché di vera e propria cattura si è trattata, quella mattina: decine di carabinieri e di agenti della polizia municipale hanno letteralmente circondato il bungalow dove alloggiava Mastrogiovanni che, in preda al panico, è scappato dalla finestra correndo verso il mare. Un testimone oculare, il figlio della proprietaria del campeggio dove era ospite il maestro, racconta che tra Francesco e le forze dell’ordine, dopo la fuga di quello che sembrava essere a tutti i residenti del camping un boss della camorra visto l’ingente spiegamento di forze dell’ordine messo in campo per catturarlo, non c’è stata alcuna colluttazione. «Anzi. Gli è stato permesso di fare la doccia, ha bevuto un caffè e fumato una sigaretta. Soltanto in un primo momento ha tentato di fuggire gettandosi in mare, ma la sua fuga non poteva sortire alcun effetto perché era guardato a vista da mare, dalla Guardia Costiera, e da terra da diversi agenti e vigili urbani di Pollica». Segno che Francesco era assolutamente nel pieno delle sue facoltà, come dimostra l’agghiacciante frase pronunciata salendo in ambulanza: «se mi portano all’ospedale di Vallo, non ne esco vivo».
Anche sulle motivazioni che hanno portato il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, a richiedere il Trattamento Sanitario Obbligatorio per Mastrogiovanni ci sono molti dubbi: in un primo momento Vassallo ha spiegato che il TSO è stato necessario dopo che, la sera del 30 luglio, il maestro avrebbe tamponato quattro automobili guidando a zig zag per le strade di Pollica; quindi il sindaco ha motivato la decisione affermando che Mastrogiovanni avrebbe attraversato, suonando il clacson all’impazzata, l’isola pedonale del paese.
I familiari non ci stanno: Vincenzo Serra, cognato del maestro, spiega che «riguardo la prima motivazione, nessun auto risulta tamponata e la macchina di Francesco è tutt’ora parcheggiata sotto la sua abitazione senza nemmeno un graffio. In relazione alla seconda, ci chiediamo sulla base di quale certificato medico il sindaco di Pollica abbia emesso l’ordinanza di TSO e se Francesco sia stato visitato da qualche dottore la sera stessa in cui avrebbe attraversato l’isola pedonale».
Per il maestro cilentano, come ci racconta Vincenzo, «non era il primo trattamento»: nell’autunno del 1999 Francesco, condannato a tre anni di reclusione dal tribunale di Vallo della Lucania per resistenza a pubblico ufficiale ma assolto in appello a Salerno, «ha subito tre trattamenti, l’ultimo tre o quattro anni fa. In quelle occasioni a Francesco è sempre stato permesso di comunicare telefonicamente con la famiglia». Non stavolta, però. «In quattro giorni ha fatto solo una telefonata alla mamma ottantenne, la mattina del suo ingresso in ospedale, poi il silenzio. Perché?» si domanda Vincenzo. Non era da lui che era solito chiamare la madre, quando era lontano da casa, tutti i giorni più volte al giorno, «e la stessa cosa era accaduta durante i TSO precedenti».
La mattina del 3 agosto, ventiquattro ore prima di morire, Francesco riceve in ospedale la visita di sua nipote: la ragazza, come emerge dal suo racconto, si è intrattenuta con lo psichiatra di turno che ha definito il maestro “un tipo atipico”, sconsigliando la visita dei parenti al degente. Anche qui i familiari si chiedono il motivo della decisione. «Forse perché legato»?
Alle 7,20 del 4 agosto Francesco verrà trovato senza vita da un’infermiera. «Morte improvvisa» dicono dalla direzione sanitaria. Il primario, Michele Di Genio, ha spiegato alla famiglia Mastrogiovanni che il paziente, dieci minuti prima, stava bene tanto da aver tranquillamente parlato con un infermiere.
«Ma come?» si chiedono i parenti di Francesco «stava bene e avrebbe addirittura parlato con un operatore sanitario mentre era legato al letto, con le ferite ai polsi e alle caviglie, e ipersedato»? Dall’autopsia risulta che il maestro è morto per asfissia provocata da edema polmonare. «Morire con un edema non può definirsi “morte improvvisa”» si sfoga Vincenzo. «E’ possibile che né i medici del reparto né gli infermieri si siano accorti che Francesco non respirava più da tempo? E perché nella cartella clinica non viene fatto alcun riferimento al regime di contenzione al quale è stato sottoposto per quattro giorni»?
Come non bastasse, il medico legale della famiglia che ha assistito all’autopsia afferma la presenza, sul corpo di Francesco, di evidenti segni di colluttazione, oltre alle ferite ai polsi e alle caviglie. «Quelle ho purtroppo avuto modo di vederle personalmente» racconta Vincenzo, «e soprattutto la ferita al polso sinistro era molto profonda. Decisamente non un graffio come raccontano dall’ospedale».
Per rendere giustizia a Francesco e «perché la psichiatria di Vallo della Lucania diventi umana» parenti e amici del maestro di Castelnuovo Cilento hanno deciso di creare un Comitato: «anche stavolta lotteremo insieme» racconta Vincenzo «come quella volta a Salerno per i fatti del ’99 quando il Presidente della Corte d’Appello, che poi assolse pienamente mio cognato, arrivò addirittura a mettersi le mani nei capelli ascoltando la relazione introduttiva di uno dei giudici del collegio in cui si denunciava il comportamento delle forze dell’ordine nei confronti di Francesco»: un vero e proprio accanimento, «con botte, calci, manganellate e prove create ad arte per incastrarlo» che porterà questo sfortunato maestro elementare a convivere con un forte disagio psichico. Fino alla morte.

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Gruppo EveryOne

www.everyonegroup.com, 19 agosto 2009

Gruppo EveryOne chiede al procuratore di Vallo di Lucania di fare chiarezza e perseguire i responsabili.

Martedì 4 agosto scorso, alle 7,20 del mattino, è morto, legato al letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, Francesco Mastrogiovanni. L’uomo, un cinquantaquattrenne insegnante elementare originario di Castelnuovo Cilento, era stato sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio con la presunta accusa di disturbo alla quiete pubblica; la mattina del 31 luglio decine di carabinieri e vigili urbani del comune di Pollica Acciaroli, «alcuni in borghese, altri armati fino ai denti», secondo una testimone oculare, hanno circondato la casa in cui alloggiava dall’inizio di luglio per le vacanze estive.
Fonti interne alle forze dell’ordine raccontano di un incidente in cui, guidando contromano, alcune sere prima, avrebbe tamponato quattro autovetture parcheggiate, anche se non esiste, secondo i familiari, alcun verbale né denuncia verso l’assicurazione. La sera del 31 luglio Mastrogiovanni è stato legato al letto ed è rimasto così per quattro giorni, sottoposto a TSO, morendo, il 4 agosto, per edema polmonare. La misura non risulta dalla cartella clinica, ma è stata riferita ai parenti da testimoni oculari.
E confermata dal medico legale Adamo Maiese, che ha riscontrato segni di lacci su polsi e caviglie della salma durante l’autopsia. “Siamo esterrefatti” commentano i co-presidenti del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Francesco appare essere oggetto di un abuso pazzesco che lo ha portato a morire dopo che gli è stata privata la dignità di essere umano.
Lo conferma il fatto che la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto psichiatrico campano che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. Il TSO” proseguono gli attivisti, “senza dubbio interferisce con l’integrità psichica del soggetto su cui viene effettuato, con il suo libero arbitrio e più in generale con i suoi diritti umani.
Innumerevoli casi verificatisi in tutto il mondo dimostrano come il ricovero e il trattamento con psicofarmaci o altre terapie, contro la volontà del paziente, abbiano spesso causato gravi disturbi nel soggetto trattato e in molti casi la sua morte. E’ emblematica quella di Giuseppe Casu, che il 15 giugno 2006 a Quartu (Cagliari) venne prelevato a forza, ammanettato alla barella e portato via per un ricovero coatto in psichiatria, dove morì una settimana dopo per Tromboembolia venosa.
Il T.S.O. era stato prescritto” continuano Malini, Pegoraro e Picciau, “solo perché Casu era un ambulante abusivo, una delle professioni – ci si consenta il paragone – che il partito nazionalsocialista considerava ‘asociali’. Definendo così alcune categorie di persone, i nazisti le punivano e spesso le annientavano attraverso la prescrizione di micidiali Trattamenti Sanitari Obbligatori.
Il T.S.O. viene presentato come uno strumento utile a intervenire quando cittadini con gravi turbe psichiche rifiutano di sottoporsi a cure indispensabili,” spiegano i Co-Presidenti di EveryOne, “ma in realtà viene usato o con estrema superficialità, su prescrizione di figure professionali impreparate e con una vigilanza praticamente inesistente, o anche come mezzo repressivo per il controllo sociale. Ci auguriamo” concludono, “che il Procuratore della Repubblica faccia chiarezza quanto prima, perseguendo i responsabili, sia sulle cause del fermo coatto di Francesco, sia sull’inumano trattamento subito in ospedale. Riteniamo inoltre che sia dovere dei nostri Parlamentari presentare un’immediata interrogazione al Ministro degli Interni e della Salute su quanto avvenuto”.

Gruppo EveryOne
Tel: (+ 39) 334-8429527 (+ 39) 331-3585406
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

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Laura Cuppini

Corriere della Sera, 19 agosto 2009

Vallo della Lucania, nel salernitano. Francesco Mastrogiovanni, 58 anni, sarebbe stato legato al letto per 4 giorni. È morto per un edema polmonare.

Legato a un letto, polsi e caviglie. Così sarebbe morto Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento di 58 anni. Il 31 luglio è stato sottoposto al Trattamento sanitario obbligatorio nell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania. Quattro giorni dopo, la mattina del 4 agosto, gli infermieri l’hanno trovato morto. Per edema polmonare, secondo il medico legale che ha effettuato l’autopsia. Forse Francesco Mastrogiovanni era legato su quel letto da troppe ore, forse addirittura da quattro giorni. «Nella cartella clinica non viene menzionata la contenzione fisica, ma dall’autopsia è risultato che aveva segni su polsi e caviglie compatibili con lacci di un materiale rigido» spiega Vincenzo Serra, cognato della vittima. Il Tso è un atto medico e giuridico regolamentato da una legge: è deciso dal sindaco su proposta di un medico e, qualora preveda un ricovero ospedaliero, richiede la convalida di un secondo medico. Della procedura deve essere informato anche il Giudice Tutelare di competenza. Insomma, uno strumento su cui esistono vari livelli di controllo e soprattutto, come impone la legge, esclusivamente finalizzato alla tutela della salute.

SETTE INDAGATI – La storia del maestro che, come dicono parenti e mici, «non passava inosservato» (anche per i quasi 2 metri di altezza), ha molti punti oscuri. Troppi. Tanto che la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta, affidata al pm Francesco Rotondo, e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto di psichiatria (compreso il primario, Michele Di Genio) che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. La famiglia sta preparando una denuncia e istituendo il comitato «Giustizia per Franco» (è il diminutivo con cui veniva chiamato usualmente), che ha una pagina online per il momento in costruzione (www.giustiziaperfranco.it). Anche l’associazione EveryOne (che si occupa anche di lotta agli abusi psichiatrici) ha preso a cuore il caso. «Stiamo mettendo a punto un’interrogazione parlamentare insieme ai Radicali proprio sulla morte di Mastrogiovanni e anche una denuncia in sede europea perché sia finalmente approvata una regolamentazione internazionale contro gli abusi» spiega il presidente Roberto Malini.

MISTERI – Ma cosa è successo quel 31 luglio? Francesco Mastrogiovanni era a San Mauro Cilento, stava trascorrendo dei giorni di vacanza in una casa di proprietà di una sua conoscente. Probabilmente ha avuto una crisi di nervi: fatto sta che i carabinieri sono andati a prenderlo, hanno circondato l’abitazione. Lui è scappato verso il mare, spaventato. Ma era circondato e alla fine ha ceduto. Lo hanno trascinato in macchina e quindi all’ospedale di Vallo della Lucania per il ricovero coatto. I familiari sottolineano che qui c’è un primo mistero. «Il Tso è stato chiesto dal sindaco di un altro Comune, ovvero Pollica Acciaroli – spiega Vincenzo Serra -, e non da quello di San Mauro Cilento dove Mastrogiovanni è stato fermato dai carabinieri». Buio anche sulle cause che hanno portato amministratori, medici e forze dell’ordine a optare per un provvedimento urgente ed estremo come il Trattamento sanitario obbligatorio. È trapelata la notizia di un incidente in cui l’uomo, guidando contromano, avrebbe tamponato quattro auto parcheggiate. Episodio su cui non esiste, secondo i familiari della vittima, alcuna denuncia o verbale. «L’ultima versione che circola è quella della guida contromano – spiega Peppino Galzerano, editore e amico di Mastrogiovanni -, ma prima ne sono state diffuse altre». Ma le possibili spiegazioni di questa morte vanno cercate nel passato del protagonista, e nell’immagine di “anarchico” che si era costruita, forse suo malgrado.

LA CONDANNA – Mastrogiovanni insegnava alle elementari da una ventina d’anni. Per un lungo periodo aveva vissuto nel Nord Italia per lavoro, poi era tornato nella provincia di Salerno, e aveva trovato un posto nella scuola della sua città, Castelnuovo Cilento. Non era un uomo tranquillo: la sua vita è stata segnata da una serie di eventi traumatici che hanno acuito la sua sensibilità, rafforzando in lui delle paure violente. «Alla fine degli anni ’90 aveva rotto una lunga relazione con una ragazza bergamasca, poi è morto suo padre – racconta il cognato -. Dunque ha deciso di tornare nella sua terra madre. Nel ’99 a Salerno il primo “incontro” con i carabinieri, per una causa futile: viene portato in caserma, processato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, condannato in primo grado a tre anni. Nella requisitoria il pm lo definisce “noto anarchico”. Sconta un mese di carcere e cinque di arresti domiciliari, ma intanto c’è il ricorso in Appello: in secondo grado viene pienamente assolto per non aver commesso il fatto». Mastrogiovanni sviluppa negli anni un terrore profondo verso le forse dell’ordine, in un paio di occasioni scappa alla semplice vista di una divisa. Viene considerato un soggetto patologico, ma lui si rifiuta di assumere farmaci. Ha paura anche di quelli. Fobie che accrescono la sua fama di “anarchico”. Inoltre quando viene fermato dai carabinieri il 31 luglio risulta positivo alla cannabis.

IL CASO FALVELLA – C’è un’altra vicenda, che risale a molti anni prima e che ha profondamente segnato il maestro: l’omicidio di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno, nel ’72. Mastrogiovanni era con Giovanni Marini e altri “compagni”. «Marini stava raccogliendo notizie per far luce sull’omicidio di cinque anarchici calabresi morti in quello che dicono essere stato un incidente stradale nei pressi di Ferentino (Frosinone) dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo» spiega Peppino Galzerano. C’è uno scontro tra militanti di destra e sinistra: Falvella muore. Nel processo Matrogiovanni è assolto, mentre Marini è condannato a nove anni.

PASSIONE PER I LIBRI – «Attorno alla sua figura si è costruita un’immagine di persona violenta, ma non era assolutamente pericoloso per la società – dice il cognato Vincenzo Serra -. Nella cartella clinica c’è scritto che era “aggressivo verbalmente”: spesso si arrabbiava, parlando di politica, ma non passava mai alle vie di fatto. Era sempre dedito alla lettura, collezionava libri, non era un “bombarolo”. Diceva semplicemente che non si fidava di nessuno, solo di se stesso. Negli anni 2002-2003 è stato sottoposto ad altri due Tso, poi negli ultimi quattro anni è stato tranquillo». I familiari non si aspettavano dunque un epilogo così tragico e fitto di elementi inquietanti.

CARTELLA CLINICA – Uno, fondamentale, riguarda la cartella clinica. Il medico legale che ha effettuato l’autopsia, Adamo Maiese, ha riscontrato segni di lacci su polsi e caviglie della salma. «Ho visto la cartella clinica e non risulta la contenzione – afferma Peppino Galzerano -. Inoltre c’è una contraddizione: la sera prima del decesso, alle 21, pare che gli infermieri non gli abbiano dato le medicine perché dormiva. Ma questo significa che era tranquillo: in questo caso che bisogno c’era di legarlo?». Galzerano non riesce a farsi una ragione di quanto accaduto: «È inaccettabile, un’offesa alla dignità umana, non è possibile che un uomo muoia in ospedale, cioè proprio nel luogo dove dovrebbe essere curato». Nella cartella clinica la pratica del contenimento forzato non sarebbe menzionata né motivata, come invece previsto dalla legge. Inoltre nel documento emesso dall’ospedale ci sarebbe un “buco” di oltre 10 ore, dalle 21 del 3 agosto alle 7.20 del giorno successivo, quando i medici hanno constatato il decesso.

DETERMINANTI I FILMATI – All’autopsia effettuata il 12 agosto, poche ore prima dei funerali, hanno assistito i legali della famiglia, Caterina Mastrogiovanni e Loreto D’Aiuto. L’ipotesi di reato cui devono rispondere i sanitari è al momento omicidio colposo. Saranno determinanti per le indagini le riprese girate nella camera durante il trattamento e subito dopo la sua morte dell’uomo. I legali dei medici indagati parlano di «falsità»: «Contestiamo quanto finora pubblicizzato a mezzo stampa perché destituito di qualsiasi fondamento – ha detto Antonio Fasolino, insieme a Francesca Di Genio legale del primario Michele Di Genio -. Il professor Mastrogiovanni è giunto in ospedale a seguito dell’emanazione di un’ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio da parte del comune di Pollica. I sanitari dell’ospedale di Vallo della Lucania hanno seguito il protocollo previsto per casi come questo».

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Intervista audio a Caterina Mastrogiovanni, legale della famiglia di Francesco Mastrogiovanni (Corriere della Sera TV, 21 agosto 2009)

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Emilia Urso Anfuso

http://www.gliscomunicati.com, 21 agosto 2009

Chi era Francesco Mastrogiovanni? Un insegnante elementare. Un marito forse. Un padre. Forse. Di più. Un condannato poi assolto. Un maniaco depresso. Un paziente psichiatrico violento tre volte ricoverato in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Un anarchico. Un morto. Da aggiungere ad una lista di altri morti. Spesso senza una logica. Un chiarimento. Una certezza.

La storia di Mastrogiovanni va raccontata in epoche diverse. Quella del passato: Francesco anarchico convinto, agli inizi degli 70 rimase coinvolto nel caso Marini per la morte del fascista Falvella. Discordanti le dichiarazioni dei testimoni oculari dell’accaduto di quel 7 Luglio 1972. Alcuni dissero che Marini ed altre persone – estremisti di sinistra – aggredirono a colpi di coltello Falvella mentre passeggiava con un amico, procurandone la morte. Altri dissero che Mastrogiovanni mentre passeggiava con Marini ed altri esponenti anarchici e di estrema sinistra, fu aggredito da Falvella ed il suo amico Alfiniti e che Marini per reagire all’aggressione, sferrò la coltellata mortale a Falvella.

Marini fu condannato nel 1974 a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale e concorso in rissa. Mastrogiovanni prima condannato per concorso in rissa e incarcerato. Poi assolto in appello. Sembra non si sia mai più ripreso psicologicamente dall’esperienza della carcerazione, che lo aveva profondamente segnato, fino a farne una persona che, periodicamente cadeva nel tunnel della depressione.

Nel 1999 fu condannato in primo grado a tre anni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale All’epoca nella sua requisitoria, il Pubblico Ministero ricordò più volte che Francesco era un anarchico. In secondo grado fu assolto per non aver commesso il fatto.

Da allora, la vita di Francesco andò avanti fra una ritrovata normalità a qualche episodio maniacale che lo vide ricoverato in alcuni reparti psichiatrici.

Oggi. Mastrogiovanni conduceva una vita mediamente tranquilla. Divenuto maestro elementare, amato dai bambini ed anche dalle famiglie. Uscito da tempo dalle cronache. Viveva. O sopravviveva. Non lo sapremo più

Si dice che in Luglio Mastrogiovanni abbia preso una strada contromano. Che abbia tamponato quattro vetture. Si dice poi che Mastrogiovanni, in vacanza in un campeggio del Cilento, il 31 Luglio 2009 si sia visto letteralmente circondare da Vigili Urbani e Carabinieri quasi in assetto di guerra o pronti ad arrestare un famoso e pericoloso latitante. Si dice che, a quella vista, qualcosa nella mente di Mastrogiovani si sia risvegliato: un ricordo, un oppressione, una tragedia mai risolta. Le vessazioni subite in carcere ai tempi. Poi gli arresti domiciliari. Per qualcuno, è da follia. Si dice che abbia tentato la fuga. Prima scavalcando una finestra. Poi correndo all’impazzata per il campeggio. Poi gettandosi in mare. Tre ore in acqua prima che i Carabinieri riescano a convincerlo ad uscire. Inutile tentativo di sfuggire ad un assurdo. Peraltro, era stata mobilitata persino la Guardia Costiera, che aveva allarmato la spiaggia comunicando ai bagnanti che era in atto un’’operazione.

Si dice ancora che dopo che Mastrogiovanni ha deciso di uscire dalle onde, vi sia stata una colluttazione. Ma altri hanno testimoniato che la situazione era sotto controllo e tranquilla. Qualcuno ha anche dichiarato che Mastrogiovanni ha fumato una sigaretta con alcuni vigili e Carabinieri prima di essere portato via. L’accusa? Il tamponamento. Il tentativo – vano – di fuga. Portato dove? Non al commissariato. Al manicomio. L’accusa? Personalità paranoide. Il sindaco richiede il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Per disturbo della quiete pubblica. Qualcosa che non sta in cielo ne in terra. Si interna in manicomio qualcuno che ha tamponato quattro auto e che vedendosi circondato dalle Istituzioni armate – sembra – eccessivamente tenti di primo acchitto di fuggire?

E scopriamo persino che esiste ancora “la quiete pubblica” da preservare, nella Società sempre più spesso pesantemente disturbata da suoni e vocerecci di ogni genere a tutte le ore del giorno e della notte, senza tregua e possibilità di soluzione?

Ma la decisione è presa. Francesco Mastrogiovanni viene portato nel reparto psichiatrico dell’Ospedale di Vallo della Lucania. Da quel momento tutto diviene oscuro e appiccicoso. Mastrogiovanni forse viene pesantemente sedato. Viene legato al letto di contenzione – questo appare certo dalle analisi del medico legale – sembra con del filo di ferro o di plastica. Viene lasciato legato a quel letto per quattro giorni. Ai parenti giunti in visita viene negata la possibilità di vederlo. Le ragioni fate dai sanitari, sono che il paziente è fortemente sedato e non si accorgerebbe nemmeno della visita. Meglio lasciarlo tranquillo.

Dal 31 Luglio 2009 al 4 Agosto, si perde qualsiasi informazione su Francesco Mastrogiovanni. Maestro elementare anarchico, amato dai suoi bambini. La notizia arriva e non viene diffusa sui media: Mastrogiovanni muore – sembra – per edema polmonare, a soli quattro giorni da un ricovero in psichiatria di cui nessuno sa nulla ne si comprendono le reali ragioni.

La Procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta e messo nel registro degli indagati i sette medici del reparto psichiatrico che hanno avuto in “cura” Mastrogiovanni nell’ospedale campano.

Non attendiamoci alcuna soluzione. Alcun chiarimento. Alcuna sentenza.

La storia, tutta la storia è folle. Nessun elemento – fra quelli conosciuti – rassicurano il lettore che si possa giungere al bandolo della matassa.

Un morto in più. Che non fa notizia. Ci siamo abituati.

Un morto senza giustizia. Ci siamo abituati.

Un anarchico in meno. Non pensavamo nemmeno che esistessero ancora.

Un maestro in meno. Nessuno se ne accorgerà. Forse solo i bambini. Cui sarà molto difficile spiegare cosa diavolo sia successo al loro insegnante.

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Scritto di Giuseppe Galzerano in occasione della morte di Giovanni Marini nel 2001.

http://www.socialismolibertario.it/marini.htm

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Doriana Goracci

http://www.reset-italia.net, 18 agosto 2009

Nel giro di pochi giorni e proprio nel mezzo di agosto, riscrivo di Francesco Mastrogiovanni e questa volta è suo cognato che testimonia e chiede. Parole semplici e precise, seguite da molte domande. Per chi non sapesse di chi e di cosa sto parlando, e non sarebbe a-normale, si tratta di un maestro 58enne, anarchico, morto in circostanze tutte da dimostrare, legato ad un letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7,20 di martedì 4 agosto, in Trattamento Sanitario Obbligatorio: sono stati indagati per omicidio colposo tutti i medici del reparto psichiatrico. Per chi prova “disagio” nel leggere certe cose, o pensa che sarebbe prudente non dirle, ribadisco che vanno non solo dette, denunciate e approfondite ma ritengo anche che non possano essere lasciate, tantomeno delegate, le nostre e altrui esistenze, appese, come fossero foglie, panni o animali ammazzati …, va raccolto , è necessario proporre, agire, per non essere agiti e trattati come merce e rifiuto, da tenere nascosto, prudentemente. Vincenzo Serra pensa anche ad un Comitato per Franco, mi sono resa disponibile ma tutto questo, come ogni fatto apparentemente personale, è anche politico e sociale, pertanto va fatto insieme, a partire dalla conoscenza e riconoscenza per chi ha dato, fino a morirne. Chiediamoci chi raccoglie i pomodori di questi tempi, prima di vederli appesi come si usava un tempo, a far bella mostra di sé, per poi degustarli.

Da Vincenzo Serra, 19 agosto 2009

Un testimone oculare (figlio proprietaria campeggio Marina Piccola del Comune di San Mauro Cilento) mi ha riferito che tra Francesco e le forze dell’ordine, all’atto dell’esecuzione dell’ordinanza del sindaco di Pollica, non c’è stata alcuna colluttazione, anzi gli è stato permesso di fare la doccia, ha bevuto un caffè e fumato anche una sigaretta. Soltanto in un primo momento Francesco ha tentato di fuggire buttandosi in acqua (mare). Ma la sua fuga non poteva sortire alcune effetto perchè era guardato a vista da mare (guardia costiera) e da terra (parecchi carabinieri e polizia municipale di Pollica).Mi hanno riferito che a Francesco subito dopo la sua uscita dall’acqua la d.ssa del reparto psichiatrico di Vallo ha praticato due punture. Il medico legale della famiglia che ha assistito all’autopsia invece fa cenno a segni di colluttazione sul corpo di Francesco oltre alle ferite ai polsi e alle caviglie. Personalmente ho avuto modo di vedere la ferita al polso sinistro: era alquanto profonda, non era assolutamente un graffio!Tanti gli interrogativi? In un primo momento si parlava di 4 auto tamponate. Dopo di guida contromano nell’isola pedonale di Acciaroli (contromano nell’ isola pedonale?).

Il sindaco di Pollica sulla base di quale certificato medico emette l’ordinanza di TSO? Francesco è stato visitato quando guidava contromano? Il Sindaco di Pollica può fare eseguire le sue ordinanze anche nel comune vicino di San Mauro Cilento? Quasi contemporaneamente è stato effettuato un altro TSO o quantomeno un’altra persona di Acciaroli (Attilio, amico di Francesco) è stato ricoverato presso il reparto psichiatrico di Vallo della Lucania (dove è morto Francesco). Il 3 agosto si reca presso il reparto di psichiatria di Vallo della Lucania la nipote di Francesco assieme al suo ragazzo. La ragazza si intrattiene con lo psichiatra di turno che definisce Francesco un tipo atipico e sconsiglia la visita parenti al degente (perchè è legato?). Francesco dopo i fatti giudiziari dell’autunno del 1999 – condannato a 3 anni di reclusione a Vallo della Lucania ma assolto in appello a Salerno – subisce due o tre TSO. L’ultimo è stato tre o quattro anni addietro. In quelle occasioni a Francesco è stato sempre consentito comunicare telefonicamente con la famiglia. Stavolta solo una telefonata alla mamma quasi 80enne, la mattina del suo ingresso in ospedale e poi il silenzio. Perché stavolta non è stato possibile? Per la direzione sanitaria e anche per il primario si è trattata di una morte improvvisa e senza una causa ben definita. Per il primario 10 minuti prima stava bene (con le ferite ai polsi e alle caviglie ed ipersedato ?) anzi Francesco aveva tranquillamente parlato con un infermiere. Ma con l’edema polmonare la morte è improvvisa? E’ possibile che né i medici del reparto e né il rianimatore intervenuto non si sono accorti che Francesco è morto per asfissia? Perchè nella cartella non c’è alcun cenno alla contenzione? A Francesco per due sere non viene somministrata la terapia perchè dorme (cartella clinica). Non era sufficiente la contenzione farmacologica? Ci sarà giustizia per Francesco anche stavolta come a Salerno in appello per i fatti giudiziari con i carabinieri (anno 1999).Ero presente a Salerno (udienza in appello). L’udienza è stata introdotta con la relazione da parte di uno dei giudici del collegio (una donna). Ricordo molto, molto bene: il Presidente della Corte d’Appello nell’ascoltare la relazione si è messo le mani nei capelli. Il disagio psichico di Francesco si è evidenziato dopo questi ultimi fatti. Perchè Francesco ottenga giustizia (e Francesco a Vallo della Lucania non è stato mai fortunato sino alla fine) e perchè la psichiatria a Vallo della Lucania diventi umana, formulo a tutte le persone che hanno manifestato attenzione e sensibilità la proposta di costituire un comitato giustizia per Francesco. A presto.

Vincenzo Serra (cognato di Francesco)

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Elisabetta Manganiello

il mattino, 15 agosto 2009

Mastrogiovanni, in un video i quattro giorni di agonia. Acquisito dal pm l’hard disk della stanza di psichiatria. Primi riscontri sui presunti falsi delle cartelle cliniche.

La ricerca della verità sulla morte di Francesco Mastrogiovanni non si è fermata neppure alla vigilia di ferragosto. L’ultimo atto della procura della repubblica di Vallo della Lucania è l’audizione degli infermieri del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca, in qualità di persone informate dei fatti. Ad essere indagati sono invece i medici che hanno avuto in cura il maestro di Castelnuovo Cilento. Oltre alle modalità della contenzione cui è stato sottoposto Mastrogiovanni, un altro aspetto che gli inquirenti intendono approfondire, ascoltando i sanitari del reparto, è, infatti, se e come il paziente tenuto legato al letto per 4 giorni sia stato alimentato. Con mani e piedi immobilizzati, infatti, non avrebbe potuto assumere cibo e acqua da solo, a meno di non essere aiutato dagli infermieri o di trarre sostanze nutritive esclusivamente dalle flebo. Quando è stata eseguita l’autopsia, lo stomaco di Franco è stato trovato completamente vuoto. Significa che non ha ingerito cibo per un tempo prolungato. C’è poi il giallo dei “buchi” nella cartella clinica, dove non viene mai citato il trattamento di contenzione. Un’altra verifica è quella relativa all’annotazione di una richiesta di elettrocardiogramma che non sarebbe stata mai eseguita. Si deve quindi presumere che l’esame non sia stato mai eseguito. E Franco è morto in conseguenza di un’insufficienza ventricolare sinistra. Ancora, ci sono dieci ore che precedono la morte, senza che sulla cartella sia annotato nessun trattamento, dalle 21 del 3 agosto, quando «dormiva ed era tranquillo», fino alle 7,20 del giorno dopo, quando è stato ritrovato cadavere. Tutti questi elementi potrebbero trovare una risposta dalle riprese video eseguite nella camera di Mastrogiovanni e ora all’esame dei magistrati. Si tratta di un intero hard disk che custodisce, minuto per minuto, gli ultimi quattro giorni di vita del maestro. È stato acquisito dal pm Rotondo, titolare delle indagini, assieme alla cartella del prof e ai documenti del trattamento sanitario obbligatorio, alla base del suo ricovero. Ma i magistrati hanno chiesto anche il rilascio delle cartelle di tutti i pazienti di psichiatria, dal 1° gennaio 2008 ad oggi, per una verifica più ampia. Intanto, le prime certezze sulla morte di Mastrogiovanni potranno arrivare a fine mese, quando saranno consegnati ai consulenti della Procura le analisi dei campioni di organi, tessuti e liquidi biologici, prelevati durante l’esame autoptico eseguito dal direttore del dipartimento di medicina pubblica valutativa, Adamo Maiese. Gli esami tossicologici, effettuati nel secondo policlinico di Napoli, dovranno determinare quali e quanti farmaci gli sono stati somministrati. Le analisi istologiche, invece, cercheranno di svelare quale problema cardiaco e che tipo di edema polmonare lo hanno ucciso. Ci vorranno circa 20 giorni per i primi risultati, ma la consulenza medico-legale chiesta dal pm sarà depositata tra poco meno di 60 giorni. Mentre l’inchiesta procede a ritmo serrato, si susseguono i ricordi delle persone che hanno conosciuto e stimato il “maestro più alto del mondo”, come scrivevano i suoi alunni. Il parroco di Castelnuovo, don Pietro Sacco che giovedì ha celebrato i funerali conosceva Franco da 37 anni, cioè da quando fu detenuto nel carcere di Vallo perché indiziato, e poi scagionato, del delitto Falvella. «Ero all’inizio della mia esperienza di cappellano e lo vidi solo per pochi giorni, prima che fosse trasferito – spiega don Pietro – ma apprezzai i suoi sentimenti nobili, il suo attaccamento al senso della giustizia e l’attenzione che mostrava verso gli ultimi». Il racconto diventa inevitabilmente riflessione sulla sua tragica vicenda umana. «Ci deve insegnare a riscoprire il valore della persona, che va difesa anche e soprattutto nella malattia – dice il parroco – Sulla sua morte spero che si faccia presto piena luce. Mi auguro che non ci siano responsabilità, ma siamo tutti perplessi per un decesso così improvviso e per i segni che lo hanno accompagnato».. Il giorno dopo le dichiarazioni rese dai legali dei medici indagati, tornano a parlare i difensori della famiglia del prof. «È prematuro sostenere che non c’è un nesso di causalità tra il decesso e la contenzione – rimarca Caterina Mastrogiovanni – Allo stato l’unica certezza sono quei segni inequivocabili di una prolungata contenzione. I manicomi sono stati aboliti con legge Basaglia e un uso indiscriminato di tale trattamento non è consentito dalla legge. Segni così marcati sul corpo non si spiegano, infatti, con una logica medico-curativa».

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Antonio Manzo

il Mattino, 13 agosto 2009

«A Vallo no, perché là mi uccidono»: Licia Musto Materazzi è l’ultima persona che ha udito le parole di un uomo che sarebbe entrato vivo all’ospedale di Vallo della Lucania e ne sarebbe uscito morto. Si chiamava Franco Mastrogiovanni “noto anarchico” per le carte della giustizia, “ottimo maestro” per i suoi alunni e per i dirigenti della scuole dove ha insegnato.

E pensare che per quell’uomo, la cui vita cambiò in un pomeriggio di luglio trentasette anni, su via Velia a Salerno, nei tragici attimi dell’omicidio di Carlo Falvella, ora piangono davvero tutti. I suoi alunni di Pollica, la titolare del campeggio che lo ha avuto ospite per circa un mese «e senza dare alcun fastido, perfino accudendo i bambini di mia sorella», i familiari, naturalmente, che chiedono «verità e giustizia» secondo un canovaccio apparentemente rituale ma stavolta tragicamente pesante per tutte le coscienze. Perchè sia stato firmato, venerdì 31 luglio scorso, un trattamento sanitario obbligatorio per Franco Mastrogiovanni, nessuno lo sa. Franco non era un assassino. Fu arrestato nel ’99, processato per oltraggio a pubblico ufficiale, mesi in galera, poi assolto e perfino risarcito per ingiusta detenzione. Perchè doveva finire in un reparto di psichiatria? Dovrà accertarlo uno scrupoloso pm, Francesco Rotondo. Il motivo? «La notte precedente – dice Licia Musto Materazzi – avrebbe tamponato quattro autovetture». L’auto di Franco è parcheggiata sotto la sua abitazione di Castelnuovo Cilento, senza alcun danno. Venerdì scorso, intorno alle sette, forze dell’ordine circondano il bungalow del campeggio dove Franco sta riposando. Capisce che lo vogliono fermare. Scappa sul lido, prende un caffè e fuma una sigaretta. Ma per lui è il giorno del destino mortale: a mare vedette della guardia costiera, a terra carabinieri e polizia municipale di Pollica. Franco è un uomo braccato, c’è uno spiegamento di forze che neppure per un latitante della camorra (e nel Cilento di questi tempi ce ne sono) sarebbe stato messo in campo. Ma lui «deve» essere trasferito in un reparto psichiatrico. È pericoloso. Cosa ha compiuto di tanto irreparabile, sconvolgente? Per lui ci sono le aggravanti: «noto anarchico», personaggio «pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri», ribelle alla regola. I ragazzi di Franco a scuola lo consideravano un maestro. Non un pazzo da legare da far morire su un letto di contenzione, mani e piedi legati per quattro giorni da fili di ferro, nella disumanità di un reparto-lager di un ospedale pubblico che ora nessun consigliere o assessore regionale si preoccupa di far mettere sotto inchiesta amministrativa. «Hanno ucciso un uomo in un letto di contenzione» dice il pm nel suo atto di accusa. Certo, tutto da provare. Non c’è dubbio. Ma Franco è morto, e fatto ancor più grave senza conoscere ancora il motivo per il quale sia stato trascinato sulla strada della morte. Verso Vallo, dove ora potrà avere almeno giustizia.

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