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Archive for settembre 2009

L’incarcerato, 21 settembre 2009

Daniele Naldone, il giornalista di Liberazione, ha scritto un bellissimo ma nello stesso tempo agghiacciante articolo su Mastrogiovanni. Lo ha intitolato “Il maestro più alto del mondo”, proprio come lo definivano i suoi alunni delle elementari.

Purtroppo si parla al passato perchè è morto, ed è ancora una di quelle morti che ci dovrebbero far indignare e anche allarmare. Ringrazio Daniele perchè è l’unico giornalista che , tramite un piccolo quotidiano nazionale come Liberazione, mette in risalto questi omicidi di Stato.

D’altronde è stato l’unico a dedicare vari articoli su Niki. E spero che continui visto gli ultimi sviluppi a San Marino.

Care teste di capra qui c’è una questione profondamente ingiusta ed inquietante: perchè tutto questo silenzio da parte di tutti gli altri quotidiani, compresi Repubblica e l’Unità, giornali per i quali voi andrete a manifestare per la libertà di parola? Ma se sono loro i primi ad auto censurarsi? Perchè nessuno di loro ha affrontato gli omicidi nel carcere, o quelle tramite TSO come Casu e il maestro Mastrogiovanni?

Dobbiamo allarmarci teste di capra, perchè qui si muore facilmente, e la morte per mano dello Stato è frequente e colpisce tutti indiscriminatamente. E sono morti che passano appositamente inosservate con la complicità dei media e giornali, compresi quelli che considerate ingenuamente di “opposizione”.

Ringrazio Daniele per avermi avvertito dell’articolo di domenica, ben sapendo che non cercavo mica articoletti da quattro soldi che parlassero dell’uscita di Brunetta o delle ultime barzellette o festini di Berlusconi. Perchè tanto di questi futili e fuorvianti articoli ne troverete a quintali, e ci si organizza pure una manifestazione di massa per difendere (e passatemela questa parola) queste stronzate.

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Daniele Nalbone

Liberazione, 20 settembre 2009

Storia di ordinaria persecuzione e di quotidiana repressione terminata con una tragica morte. Francesco Mastrogiovanni è morto martedì 4 agosto nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo 4 giorni passati sul letto di contenzione.

Quella di Francesco Mastrogiovanni, per le forze dell’ordine “noto anarchico”, per i suoi alunni “il maestro più alto del mondo”, è una storia di ordinaria persecuzione e di quotidiana repressione. Una vita fatta di mille difficoltà, di tragedie messe alle spalle ma che lasciano un segno indelebile nella testa. Un’esistenza precaria fino all’ultimo giorno di libertà. Una storia di quelle che non vorresti mai raccontare ma che, come ci spiega il suo caro amico e compagno, il professore-editore anarchico Giuseppe Galzerano, «devi farlo, per rendere giustizia a Franco e far si che quanto gli è accaduto non si ripeta a nessun altro».
Liberazione è stato il primo giornale nazionale a denunciare la morte di Franco, deceduto nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7,20 di martedì 4 agosto. Pochi giorni dopo una mail inviata dal professor Galzerano ci ha fatto capire che qualcosa, in quella morte, non era chiara. Franco è stato ricoverato il 31 luglio per un trattamento sanitario obbligatorio. In quattro giorni è passato dalla calda spiaggia di San Mauro Cilento, dove stava trascorrendo le vacanze, al freddo marmo dell’obitorio dell’ospedale di Vallo della Lucania. Arresto cardiaco causato da un edema polmonare, hanno detto i medici. Ma c’è qualcosa di più che colpisce la nostra attenzione: Francesco Mastrogiovanni era salito agli onori della cronaca nei primi anni settanta per la morte di Carlo Falvella, giovane neofascista, vicepresidente del Fuan salernitano, ferito a morte durante l’aggressione dell’anarchico Giovanni Marini. Per capire in quale scenario sia morto il “maestro più alto del mondo”, non possiamo fare altro che partire alla volta del Cilento per conoscere i parenti e i compagni. Il 9 settembre, nello splendido scenario di Castellabate è in programma la rassegna “Finisterre Plus”, video, musica e performance dedicata a William Burroughs. “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili”. Un titolo, una frase, che spiega perché a Burroughs è stato accostato il racconto degli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni. Ombra e violenza. Un resoconto dettagliato, quello fatto dal professor Galzerano e dall’ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, amico e compagno di Franco, che sembra costruito appositamente sullo sfondo persecutorio di una delle opere dello scrittore americano. Purtroppo, però, questa volta siamo al cospetto di una “storia vera” iniziata nel lontano 7 luglio 1972. Insieme a Giovanni Marini e Gennaro Scariati, Franco stava passeggiando sul lungomare di Salerno. Quel giorno era pieno di fascisti che da giorni cercavano di provocare Marini per avere la “scusa” di un’aggressione. Le sue indagini, all’epoca si diceva “controinformazione”, sullo strano incidente stradale che il 27 settembre 1970 aveva provocato la morte sulla Roma-Napoli di cinque giovani anarchici calabresi, nei pressi di Ferentino, davano fastidio. Annalisa Borth, Giovanni Aricò, Angelo Casile, Francesco Scordo e Luigi Lo Celso si stavano recando a Roma per consegnare ai compagni della capitale i risultati di una loro inchiesta sulle stragi fasciste che avevano iniziato a insanguinare il paese, in particolare sul deragliamento del “Treno del Sole” Palermo-Milano del 22 luglio del 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Giovanni Marini aveva scoperto che alla guida dell’autotreno, che procedeva a fari spenti, c’era un camionista con simpatie fasciste e che lo scontro avvenne precisamente all’altezza di una villa di Valerio Borghese. Erano iniziati a insinuarsi i primi dubbi sulla casualità dell’episodio. «Da allora su di lui incombeva una sentenza di morte alla quale sarebbe sopravvissuto per quasi trent’anni», spiega oggi il professor Galzerano. Giovanni, Franco e Gennaro si stavano recando a teatro. Ridiscendendo via Velia si trovano davanti a due giovani missini: Carlo Falvella e Giovanni Alflinito armati di lame. Franco accelera il passo per andare a parlare con loro. Dai racconti e dalle testimonianze del processo emerge come tentò di far da paciere ma, per tutta risposta, ricevette una coltellata ad una coscia da Alflinito e stramazzò a terra. I due compagni intervennero immediatamente e, nella rissa che ne seguì, Giovanni riuscì a disarmare Falvella ferendolo a morte con la sua stessa arma. Si costituì il giorno stesso mentre Franco venne trasportato in ospedale. Gennaro, invece, sarà immediatamente scarcerato perché minorenne. Da quel giorno il caso Marini finì su tutti i giornali: Giovanni era, per tutti, un mostro. «Per punizione», racconta il professor Galzerano, «peregrinava incessantemente da un carcere all’altro e a Caltanissetta venne rinchiuso in una cella senza luce da dove non smise mai di denunciare le aberranti condizioni di vita riservate ai carcerati». Per motivi di ordine pubblico il processo venne spostato da Salerno proprio a Vallo della Lucania. Marini viene condannato in primo grado a dodici anni (pena poi ridotta a nove in appello), Mastrogiovanni viene assolto ma allora per lui inizierà l’inferno. Un inferno in camicia nera fatto di minacce, telefonate minatorie, continue ritorsioni che lo porteranno ad emigrare al nord. A metà degli anni ottanta si trasferisce a Sarnico, sul lago di Iseo, in provincia di Bergamo, dove, per quindici anni, insegna nelle scuole elementari della zona. Ma la sua fama di “pericoloso anarchico” lo accompagnerà anche lassù. Il merito, questa volta, è delle forze dell’ordine che, con una nota, comunicano ai colleghi bergamaschi di non perderlo d’occhio. Inizia, così, una seconda fase di persecuzioni: questa volta condotta della forze dell’ordine. Alla fine degli anni novanta decide di fare ritorno a Castelnuovo Cilento. Agli agenti del paese non sembra vero: ora avranno di che divertirsi. Per Franco la divisa diventa un incubo quotidiano che si trasforma in realtà il 5 ottobre 1999. Quel giorno per lui scattano le manette. Tutto inizia dall’ennesima, immotivata provocazione. Una multa per divieto di sosta a Vallo Scalo. Franco compie l’errore di mandare a quel paese un agente. Immediato l’arresto. Immancabili le botte nel commissariato. L’accusa è pesante: resistenza aggravata e continua nonché lesioni personali. Ovviamente Franco risponde con una contro denuncia per arresto illegale, lesioni personali, abuso di autorità e calunnia. Per lui scattano gli arresti domiciliari presso l’abitazione familiare, a Castelnuovo Cilento. Una beffa: il compito di controllarne l’osservanza viene affidato agli stessi carabinieri denunciati. Inizia il tormento al punto che diverse volte chiederà di tornare in carcere. Ma quando tutto sembra volgere per il meglio con il proscioglimento da ogni accusa, per Franco inizia la terza fase di persecuzione: quella dello Stato. Alla fine venti anni di angherie, soprusi, minacce, botte, lasciano il segno. Psicologicamente fragile, Franco si sente perseguitato. Ogni volta che incrocia una divisa, entra nel panico. Per due volte il sindaco di Castelnuovo firma la richiesta per un trattamento sanitario obbligatorio. Esperienza traumatica che Franco riesce a superare continuando ad insegnare. Adora i bambini e i bambini adorano questo maestro altissimo. Le uniche proteste dei genitori sono perché è poco severo. Di certo non una minaccia. Ma così non la pensa il sindaco di Pollica Acciaroli, Giuseppe Vassallo che ha formati contro di lui il Tso fatale. Il 30 luglio Franco si trovava nella località turistica cilentana quando, per l’ennesima volta, viene inseguito dai carabinieri. In preda al panico scappa. La pattuglia desiste. Il maestro trova rifugio nel bungalow del campeggio Club Costa Cilento. Un luogo tranquillo, per lui. Circondato da amici e persone che lo stimano come la signora Licia, la proprietaria del camping, che, di tanto in tanto, gli lascia i nipotini. Ma la mattina seguente l’incubo delle forze dell’ordine ritorna, prepotente. Arrivano sul posto una quindicina di carabinieri, una pattuglia dei vigili urbani, un medico dell’ospedale di Vallo della Lucania. Voglio portare Franco in ospedale. Il maestro scappa dalla finestra, si getta in mare, a nuoto raggiunge una secca. Per oltre due ore resta in acqua. Sopraggiunge anche una motovedetta della guardia costiera per avvertire i bagnanti che “è in corso una caccia all’uomo”. Stremato, si arrende. Raggiunge la spiaggia, chiede una sigaretta, si fa una doccia. E’ tranquillo. Consapevole di ciò che lo aspetta. Eppure, gli vengono fatte tre iniezioni. Sale sull’ambulanza e il suo ultimo messaggio è per la signora Licia. «Se mi portano a Vallo, non ne esco vivo». E così sarà. Dopo quattro giorni di Tso muore per un infarto causato da edema polmonare. Una morte naturale, “normale”, dicono dall’ospedale. Ma dall’autopsia emergono particolari inquietanti. Franco aveva diversi lividi sul corpo e segni di lacci su polsi e caviglie. Era stato legato per tutti e quattro i giorni di Tso, anche se sulla cartella clinica non c’è traccia della contenzione. Ci rechiamo all’ospedale di Vallo per parlare con i medici. Nessuno apre bocca. Nessuno ha visto niente, anche se quattordici, fra medici e infermieri, sono tutt’ora sotto inchiesta. Tutti tacciono anche quando facciamo notare che le sbarre alle finestre e le porte del reparto chiuse a chiave non sono “normali”. Chiediamo di parlare con i vertici dell’ospedale per avere dei chiarimenti che, puntualmente, non arrivano. «Quello che succede di sopra, non lo so» ci spiega, come se niente fosse, il vicedirettore. Ogni nostra domanda è un secco «no comment». Neanche quando domandiamo se avesse avuto notizia di una rissa al piano di sopra, cosa che spiegherebbe la contenzione (anche se non protratta per quattro giorni) e i lividi. «Quello che succede di sopra…». Certo, i dirigenti dell’ospedale non lo sanno. Rassicurante. Sta di fatto che un maestro elementare, che ha vissuto tutta la sua vita di precario insegnante, perseguitato da fascisti, forze dell’ordine, amministratori locali in quanto “noto e pericoloso anarchico”, in poche ore è passato dalla calda spiaggia di Acciaroli al freddo marmo dell’obitorio dell’ospedale di Vallo della Lucania. Tutto per un trattamento sanitario obbligatorio deciso da un sindaco che non voleva avere problemi in una località che ha appena ottenuto la bandiera blu d’Europa e millanta di essere il paese di Ernest Hemingway. Come chiosa il professor Galzerano, «un falso storico senza
precedenti».

Se la memoria coltiva l’odio
Ci sono in giro amministratori senza scrupoli che fanno ricorso a Tso selvaggi per togliersi di torno cittadini indesiderati. Basta questa denuncia per spiegare la morte di Francesco Mastrogiovanni? Il passato politico di questo maestro anarchico che adorava i bambini riemerge dalle nebbie in un momento ben preciso, l’evento memoriale rappresentato dalla pubblicazione di Cuori Neri , il libro di Luca Telese che rievoca la morte di Carlo Falvella, insieme a quella di altri militanti neofascisti uccisi negli anni 70. Questo volume ha rivitalizzato, attorno ad una retorica vittimaria e sepolcrale, il senso di appartenenza della comunità nera. Da allora la vita di Francesco è ripiombata nell’inferno. Nelle terre del Cilento, dove era tornato a vivere, qualcuno si è forse sentito in dovere, e nel potere, di rianimare vecchi odii e nuovi rancori?

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Da Sabatino Catapano

LAGER PSICHIATRICO
Mura che occultate
L´infamia contro l´umanità
Mura omertose
Mura impregnate di violenza e di terrore
Di grida e di dolore
Che siate di pietra viva o di cemento
Non ascoltate nessun lamento
Sordi ad ogni implorazione
Ad ogni preghiera
Ostinate nel vostro silenzio
Guardate indifferenti
Oltre la sofferenza

Sabatino Catapano

Aborrire la psichiatria

Settembre 2009

Erano giorni che un pensiero mi assillava, con una energia dirompente, un ricordo indelebile riaffiorava nella mente; un ricordo fatto di violenza e abusi atroci,di una sofferenza immane, emotivamente ero sconvolto, d´impulso sentii il bisogno di esternare il mio stato d´animo, presi carta e penna incominciando a mettere nero su bianco per descrivere il calvario che dovetti subire nei due periodi di internamento nel manicomio giudiziario di Aversa.
Nonostante siano passati tanti anni, come allora, sento le carni straziate dalla brutalità sadica e disumana dei secondini.
Immerso in quei ricordi, provo ancora odio contro gli aguzzini massacratori, specializzati nelle torture per l´annientamento psico-fisico di chi cade nelle loro grinfie.
La rabbia per quel trattamento e in commisurabile, dovetti subirlo in assoluto silenzio per non scatenare la reazione delle orde carcerarie, ingoiai bocconi amari per non aggravare la mia posizione di impotenza totale.
Avevo appena finito di descrivere questo triste ricordo quando sentii lo squillo del telefono che mi distoglieva dai miei pensieri riportandomi nella cruda e spietata realtà del presente fatta ancora di divieti, di controllo, di persecuzioni,di annientamento, di assassinio.
La voce della compagna nell´informarmi fu laconica, il compagno Francesco Mastrogiovanni era morto, assassinato dalla pratica psichiatrica con il famigerato (T.S.O.) trattamento sanitario obbligatorio, un ennesimo omicidio perpetrato con inaudita ferocia contro una persona inerme, indifesa. Francesco con la sua bontà, la sua dolcezza, ero un maestro elementare ammirato dai suoi alunni, ma nella mente perversa di chi e preposto all´ordine costituito, bramoso di espletare il ruolo del carnefice decide il sequestro con aberrante cattiveria.
Qui non voglio parlare del T.S.O., come previsto dalla legge 180, la famosa legge Basaglia che stabilisce il metodo d´intervento nell´applicare il trattamento: di fatto il tso è un abuso violento contro la persona, molto peggio del sequestro criminale finalizzato al ricatto.
Per esperienza diretta posso affermare che tutto quello che gravita nell´orbita della pseudascienza psichiatrica è ABUSO, una pratica d´abolire, adesso e subito per porre fine alla carneficina dei dissidenti, dei ribelli, di chi esprime una sofferenza o un disagio socio- psicologico; la psichiatria è uno strumento di potere che annulla qualsiasi diritto alla persona negandogli anche le relazioni affettive, nel caso di Francesco, per quattro giorni ai familiari sono state proibite le visite, il boia non voleva essere disturbato; prima di essere immobilizzato dalla canea accorsa numerosa, rivolgendosi alla signora che gestisce il campeggio dove era in vacanza disse le testuali parole: “se mi portano all´ospedale di Vallo della Lucania, non ne esco vivo” infatti così e stato. La sua morte come tutte le altre sono crimini contro l´umanità. La psichiatria si regge sul giudizio ed il pregiudizio pertanto non e solo un problema politico-sociale la sua linfa vitale e culturale e questo e un aspetto determinante che bisogna debellare.
Francesco non è un caso unico, prima di lui decine di individui hanno pagato con la vita il loro dissenso, la loro sofferenza, spetta a noi impedire che altre persone vengono ammazzate in nome della tranquillità e della sicurezza.
Spetta a noi fare un grosso lavoro di controinformazione e di lotte contro questa pratica aberrante, e nostro compito di uomini liberi di impedire che qualsiasi forma di rivolta venga sottoposta alla pratica psichiatrica, coercitiva, farmacologica.
Se noi sentiamo il vero valore della vita, dobbiamo toglierci il bavaglio per gridare forte la nostra rabbia il nostro dolore.
A questa notizia sbiancai, la mia storia impallidì rispetto a quella morte, mi resi conto della urgente necessità di continuare il percorso di lotte e di informazione per debellare il sistema di potere che ci attanaglia e ci imprigiona.
UN ABBRACCIO IDEALE al compagno FRANCESCO.

Sabatino Catapano

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di Doriana Goracci

Reset-Italia, 11 settembre 2009

Succedeva ad agosto, mentre in molti erano al mare, ci stava anche Francesco Mastrogiovanni prima su una spiaggia poi su un letto di contenzione. L’altro non è solo un quotidiano che pure ha scritto di lui, è anche Francesco Mastrogiovanni, anarchico intollerante, un caso che solleva ancora domande, non solo quelle che ci pone ossessivamente il Sistema dei Media. Sento ancora la necessità di scriverne anche se altro non posso fare che impegnarmi a ricapitolare e portare a conoscenza di più persone un fatto grave, molto grave, accaduto ad un maestro definito anarchico, magari “affetto da mania di persecuzione” come si è detto, come chi ha vissuto intensamente e che viene rammentato in un Castello vero, che si vedrebbe con piacere far crollare, quasi fosse di carta.

Il primo video che invio, segnalato sul sito La dimora del tempo sospeso e Filarmonici è stato registrato mercoledì 9 settembre al Castello dell’Abate (Castellabate) dove si è tenuto un incontro per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni” e contiene anche interviste all’editore Giuseppe Galzerano e al curatore della rassegna Alfonso Amendola. La rassegna “Finisterre Plus“ composta da video, musica e performance è stata dedicata per più giorni a William Burroughs con un concerto-reading “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” .

” Tra sperimentazione artistica e riflessione sociale. Infatti grazie agli interventi di Giuseppe Galzerano e Giuseppe Tarallo si è ricostruita la tragica fine dell’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni morto lo scorso 4 agosto nell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo che era stato arrestato e sottoposto a un TSO. A partire da questa storia, piena di ombre e violenza, gli organizzatori hanno voluto ampliare il contesto organizzativo della rassegna dedicata a William Burroughs – autore che spesso ha raccontato le dimensioni della violenza, dell’oppressione e delle gabbie sociali- e proporre la testimonianza di chi ha seguito la storia di Franco Mastrogiovanni (una “storia vera” che sembra uscita da uno dei romanzi – a sfondo persecutorio – del grande scrittore ed artista americano)”

Poi ce n’è un altro di video che pone molte domande, le altre domande: “Ad un mese dalla morte di Francesco Mastrogiovanni all’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania, l’ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, pone una serie di interrogativi sui giorni trascorsi all’ospedale “San Luca” e sulla misura del Trattamento Sanitario Obbligatorio, richiesto dagli uffici del Comune di Pollica. Un appello affinché qualcuno risponda”.

Le carte processuali, gli appelli, le indagini sembrano rotolare con il vento quasi d’autunno, come le rivendicazioni di altra natura, il lavoro e la sicurezza, la casa e la salute, l’ informazione,la cultura, la dignità .

Non è una vendemmia felice, si raccolgono spesso solo i semi transgenici del malessere globale. E si dà il caso come ci offre Annalisa Melandri nel suo blog dove “mille solitudini fanno un popolo in lotta…” che leggo e trascrivo Sandro Padula “In un paese come l’Italia, in questo strano impero del bene, non dovremmo meravigliarci se gli attuali indagati per la morte di Francesco fossero assolti dall’accusa di omicidio colposo. Nessuno però ci venga a dire che Franco, amico della vita, dei suoi giovani studenti, dei suoi concittadini e di tutti i libertari del mondo, si sarebbe suicidato”.

Leggo Franco Senia che racconta di molti anni prima, quando incontrò Francesco Mastrogiovanni per il processo “politico”: “…c’è da dire, per onestà, che quando arrivammo a Vallo, prima che cominciasse il processo, ci incontrammo coi dirigenti del PCI locale. Ricordo ancora il viso del segretario, anche se non ne ricordo il nome. Ci disse che era successo un casino, perché loro avrebbero voluto sostenerci ed aiutarci, fino a metterci a disposizione la sede per fare dormire i compagni. Ma la direzione provinciale aveva posto il veto!
Così si rosicchiavano i soldi, ai libri venduti, e ad altro, per poter pagare l’albergo. Ricordo come, ad un certo punto si “materializzò”, un vecchio amico di Franco Leggio che aveva una pizzeria alla fine del paese, e che, praticamente, ci dava da mangiare. Ce ne sarebbero di cose da ricordare, di nomi e di facce, di storie, dal piacere di incontrarsi in quello strano paese, fino alla notte passata all’addiaccio, in attesa della sentenza. Le lacrime e la rabbia. Perché si seppe ancora una volta che se scampavi ai fascisti, ci pensava lo stato. Com’è tornato a succedere, trentacinque anni dopo!”

Per concludere questo aggiornamento, scelgo Filarmonici ad agosto 2009 su Facebook: *Gruppo per far luce sulla morte di Francesco Mastrogiovanni, avvenuta il 4 agosto 2009 nel reparto psichiatrico (Spdc) dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dove Mastrogiovanni era stato rinchiuso e legato al letto di contenzione a seguito di un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) disposto dal Sindaco di Pollica (SA) il 31 luglio 2009. Francesco Mastrogiovanni era stato condotto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura contro la sua volontà dopo essere stato prelevato con la forza dai Carabinieri presso il campeggio di Marina Piccola (Comune di San Mauro Cilento) dove si trovava in vacanza. La “cattura” di Mastrogiovanni ha avuto luogo con un ingente dispiegamento di forze, giustificato dalla dichiarazione, contenuta nel provvedimento di TSO, che si trattava di «noto anarchico», personaggio «pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri»*

PERCHE’

“ci appare urgente portare alla luce un aspetto dell’Italia poco noto a chi vive nelle grandi città, all’ombra dell’anonimato che ci regalano le moltitudini: nella provincia, nei piccoli paesi, esiste sovente una sproporzione fra soggetti da controllare e controllori. Questo innesca molte volte una capillarità ossessiva dell’osservazione dello stato. In pratica un’intera stazione dei carabinieri, o un intero ufficio Digos si occupa stabilmente di un unico minimo gruppetto di tipi strani o addirittura di un unico individuo con la “fobia per i carabinieri”. Questa é una vessazione in sé, anche quando non conduce né a TSO né a procedimenti penali. Ma di solito vi conduce. Sono cose che non si sanno. O cui non si pensa. Noi vogliamo che si sappiano, e vogliamo che tutti ci riflettano e possano giudicare se si sentano sicuri grazie a ciò che si fa in nome della sicurezza. E della sicurezza di chi si stia parlando: perché Francesco Mastrogiovanni stava in vacanza e dopo quattro giorni era morto, perché le forze dell’ordine erano andate a prenderlo. Questa é l’unica cosa indiscutibile da cui partiamo. A questo fine intendiamo raccogliere, pubblicare e diffondere tutti gli elementi che emergeranno. Invitando ciascuno a ricavarne le opportune riflessioni. Già che ci siamo, ne avanziamo subito una: gli stessi carabinieri che avevano fatto il blitz contro Mastrogiovanni che passeggiava in ciabatte da mare, adesso portano avvisi di garanzia a medici e infermieri. Lo stesso stato che ha determinato il danno, ora pretende di giudicarlo e di distribuire assoluzioni e forse anche condanne. Nei riguardi tutti, salvo che di sé stesso e delle sue leggi. Ecco, nella ricerca che vorremmo avviare, lo stato non dovrà essere al di sopra delle parti, ma essere chiamato precisamente in giudizio. Già ora infatti, con i soli dati di cui disponiamo, é evidente che Mastrogiovanni é morto a causa dello stato. E che quindi, come sempre d’altro canto, non é dallo stato che possiamo attenderci verità e giustizia”.

Dicono che il Castello dell’Abate costruito nel 1121 e che poi ha dato nome al paese, Castellabate, oggi si presenta in buono stato di conservazione, dominando ancora il litorale del Cilento dall’alto del promontorio di Licosa. Solleviamo lo sguardo, almeno quello, potrebbe incuriosirci e farci muovere il conoscere dal basso e ancora andare. Stare fermi su una Prima Pagina che non offre “altre” notizie, fa grande solo la rassegnazione e la pena. Rimane invisibile l’altra, l’altro, noi.

Doriana Goracci

Per l’anarchico Francesco Mastrogiovanni il TSO è stato doppio. È morto, come da cronaca, mentre la Salute Mentale stava praticando su di lui un Trattamento Sanitario Obbligatorio, previsto, come tutta l’altra legislazione italiana, propriamente all’interno dei Diritti Umani.

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Nell’ambito della rassegna “Finisterre Plus” dedicata a William Burroughs il 9 settembre 2009 a Castellabate (SA) si è svolto un incontro per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni”. Interviste all’editore Giuseppe Galzerano e al curatore della rassegna Alfonso Amendola.

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Mercoledì 9 settembre 2009 (ore 20.30), al Castello dell’Abate (Castellabate),
un incontro per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni”.

L’incontro si svolgerà nell’ambito della rassegna “Finisterre Plus” la rassegna di video, musica e performance dedicata a William Burroughs e diretta da Alfonso Amendola e Costabile Guariglia come momento di riflessione ed analisi che precede il concerto-reading “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” azione performativa a cura dei collettivi sperimentali “makinef” & “frame dada” (con una serie di letture creative dedicate a “La scimmia sulla schiena”, “Interzona” e con alcuni potenti spunti maturati dall’esperienza di “Genova 2001”). Info-line: http://www.frontieraimmaginifica.it/ftp.

La serata si annuncia densa e speciale.
Tra sperimentazione artistica e riflessione sociale.

Infatti grazie agli interventi di Giuseppe Galzerano e Giuseppe Tarallo si ricostruirà la tragica fine dell’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni morto lo scorso 4 agosto nell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo che era stato arrestato e sottoposto a un TSO.

A partire da questa storia, piena di ombre e violenza, gli organizzatori hanno voluto ampliare il contesto organizzativo della rassegna dedicata a William Burroughs – autore che spesso ha raccontato le dimensioni della violenza, dell’oppressione e delle gabbie sociali- e proporre la testimonianza di chi ha seguito la storia di Franco Mastrogiovanni (una “storia vera” che sembra uscita da uno dei romanzi – a sfondo persecutorio – del grande scrittore ed artista americano).”

“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili”
PARTECIPATE!

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Franco Senia, 24 Agosto 2009

Era il titolo del libro-inchiesta che, nel 1974, il “Comitato Anarchico G.Marini” di Firenze mandò alle stampe, nel quadro della campagna per la liberazione di Giovanni Marini, a fronte del processo che si sarebbe celebrato di lì a poco. Franco Mastrogiovanni, l’ho incontrato un paio di volte. La prima a Salerno, subito dopo la prima tornata del processo, in attesa del trasferimento del procedimento a Vallo della Lucania. La seconda a Vallo, in quei giorni, in quelle settimane frenetiche e piene, con la speranza che si potesse davvero, utopisticamente, arrivare ad una sentenza di assoluzione.
Un processo politico, uno di quelli che “non se ne fanno più”. Mi torna in mente il film di Montaldo su Sacco e Vanzetti, e di come si concludano sempre i “processi politici”. Forse si doveva fare un processo … tecnico. No, meglio così!
Ci arrivai per primo, a Vallo, se non il primo. Partii da Firenze insieme ad una compagna che si fermò a Salerno: avrebbe raggiunto dopo Vallo della Lucania, e scesi a Casalvelino Scalo, dove mi fermai a dormire da un compagno del posto. Troppo lontano Casalvelino da Vallo Scalo e da Vallo. Mi trasferii in albergo a Vallo. c’è da dire, per onestà, che quando arrivammo a Vallo, prima che cominciasse il processo, ci incontrammo coi dirigenti del PCI locale. Ricordo ancora il viso del segretario, anche se non ne ricordo il nome. Ci disse che era successo un casino, perché loro avrebbero voluto sostenerci ed aiutarci, fino a metterci a disposizione la sede per fare dormire i compagni. Ma la direzione provinciale aveva posto il veto!
Così si rosicchiavano i soldi, ai libri venduti, e ad altro, per poter pagare l’albergo. Ricordo come, ad un certo punto si “materializzò”, un vecchio amico di Franco Leggio che aveva una pizzeria alla fine del paese, e che, praticamente, ci dava da mangiare. Ce ne sarebbero di cose da ricordare, di nomi e di facce, di storie, dal piacere di incontrarsi in quello strano paese, fino alla notte passata all’addiaccio, in attesa della sentenza. Le lacrime e la rabbia. Perché si seppe ancora una volta che se scampavi ai fascisti, ci pensava lo stato.
Com’è tornato a succedere, trentacinque anni dopo!

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