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Daniele Nalbone

Liberazione, 20 settembre 2009

Storia di ordinaria persecuzione e di quotidiana repressione terminata con una tragica morte. Francesco Mastrogiovanni è morto martedì 4 agosto nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo 4 giorni passati sul letto di contenzione.

Quella di Francesco Mastrogiovanni, per le forze dell’ordine “noto anarchico”, per i suoi alunni “il maestro più alto del mondo”, è una storia di ordinaria persecuzione e di quotidiana repressione. Una vita fatta di mille difficoltà, di tragedie messe alle spalle ma che lasciano un segno indelebile nella testa. Un’esistenza precaria fino all’ultimo giorno di libertà. Una storia di quelle che non vorresti mai raccontare ma che, come ci spiega il suo caro amico e compagno, il professore-editore anarchico Giuseppe Galzerano, «devi farlo, per rendere giustizia a Franco e far si che quanto gli è accaduto non si ripeta a nessun altro».
Liberazione è stato il primo giornale nazionale a denunciare la morte di Franco, deceduto nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7,20 di martedì 4 agosto. Pochi giorni dopo una mail inviata dal professor Galzerano ci ha fatto capire che qualcosa, in quella morte, non era chiara. Franco è stato ricoverato il 31 luglio per un trattamento sanitario obbligatorio. In quattro giorni è passato dalla calda spiaggia di San Mauro Cilento, dove stava trascorrendo le vacanze, al freddo marmo dell’obitorio dell’ospedale di Vallo della Lucania. Arresto cardiaco causato da un edema polmonare, hanno detto i medici. Ma c’è qualcosa di più che colpisce la nostra attenzione: Francesco Mastrogiovanni era salito agli onori della cronaca nei primi anni settanta per la morte di Carlo Falvella, giovane neofascista, vicepresidente del Fuan salernitano, ferito a morte durante l’aggressione dell’anarchico Giovanni Marini. Per capire in quale scenario sia morto il “maestro più alto del mondo”, non possiamo fare altro che partire alla volta del Cilento per conoscere i parenti e i compagni. Il 9 settembre, nello splendido scenario di Castellabate è in programma la rassegna “Finisterre Plus”, video, musica e performance dedicata a William Burroughs. “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili”. Un titolo, una frase, che spiega perché a Burroughs è stato accostato il racconto degli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni. Ombra e violenza. Un resoconto dettagliato, quello fatto dal professor Galzerano e dall’ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, amico e compagno di Franco, che sembra costruito appositamente sullo sfondo persecutorio di una delle opere dello scrittore americano. Purtroppo, però, questa volta siamo al cospetto di una “storia vera” iniziata nel lontano 7 luglio 1972. Insieme a Giovanni Marini e Gennaro Scariati, Franco stava passeggiando sul lungomare di Salerno. Quel giorno era pieno di fascisti che da giorni cercavano di provocare Marini per avere la “scusa” di un’aggressione. Le sue indagini, all’epoca si diceva “controinformazione”, sullo strano incidente stradale che il 27 settembre 1970 aveva provocato la morte sulla Roma-Napoli di cinque giovani anarchici calabresi, nei pressi di Ferentino, davano fastidio. Annalisa Borth, Giovanni Aricò, Angelo Casile, Francesco Scordo e Luigi Lo Celso si stavano recando a Roma per consegnare ai compagni della capitale i risultati di una loro inchiesta sulle stragi fasciste che avevano iniziato a insanguinare il paese, in particolare sul deragliamento del “Treno del Sole” Palermo-Milano del 22 luglio del 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Giovanni Marini aveva scoperto che alla guida dell’autotreno, che procedeva a fari spenti, c’era un camionista con simpatie fasciste e che lo scontro avvenne precisamente all’altezza di una villa di Valerio Borghese. Erano iniziati a insinuarsi i primi dubbi sulla casualità dell’episodio. «Da allora su di lui incombeva una sentenza di morte alla quale sarebbe sopravvissuto per quasi trent’anni», spiega oggi il professor Galzerano. Giovanni, Franco e Gennaro si stavano recando a teatro. Ridiscendendo via Velia si trovano davanti a due giovani missini: Carlo Falvella e Giovanni Alflinito armati di lame. Franco accelera il passo per andare a parlare con loro. Dai racconti e dalle testimonianze del processo emerge come tentò di far da paciere ma, per tutta risposta, ricevette una coltellata ad una coscia da Alflinito e stramazzò a terra. I due compagni intervennero immediatamente e, nella rissa che ne seguì, Giovanni riuscì a disarmare Falvella ferendolo a morte con la sua stessa arma. Si costituì il giorno stesso mentre Franco venne trasportato in ospedale. Gennaro, invece, sarà immediatamente scarcerato perché minorenne. Da quel giorno il caso Marini finì su tutti i giornali: Giovanni era, per tutti, un mostro. «Per punizione», racconta il professor Galzerano, «peregrinava incessantemente da un carcere all’altro e a Caltanissetta venne rinchiuso in una cella senza luce da dove non smise mai di denunciare le aberranti condizioni di vita riservate ai carcerati». Per motivi di ordine pubblico il processo venne spostato da Salerno proprio a Vallo della Lucania. Marini viene condannato in primo grado a dodici anni (pena poi ridotta a nove in appello), Mastrogiovanni viene assolto ma allora per lui inizierà l’inferno. Un inferno in camicia nera fatto di minacce, telefonate minatorie, continue ritorsioni che lo porteranno ad emigrare al nord. A metà degli anni ottanta si trasferisce a Sarnico, sul lago di Iseo, in provincia di Bergamo, dove, per quindici anni, insegna nelle scuole elementari della zona. Ma la sua fama di “pericoloso anarchico” lo accompagnerà anche lassù. Il merito, questa volta, è delle forze dell’ordine che, con una nota, comunicano ai colleghi bergamaschi di non perderlo d’occhio. Inizia, così, una seconda fase di persecuzioni: questa volta condotta della forze dell’ordine. Alla fine degli anni novanta decide di fare ritorno a Castelnuovo Cilento. Agli agenti del paese non sembra vero: ora avranno di che divertirsi. Per Franco la divisa diventa un incubo quotidiano che si trasforma in realtà il 5 ottobre 1999. Quel giorno per lui scattano le manette. Tutto inizia dall’ennesima, immotivata provocazione. Una multa per divieto di sosta a Vallo Scalo. Franco compie l’errore di mandare a quel paese un agente. Immediato l’arresto. Immancabili le botte nel commissariato. L’accusa è pesante: resistenza aggravata e continua nonché lesioni personali. Ovviamente Franco risponde con una contro denuncia per arresto illegale, lesioni personali, abuso di autorità e calunnia. Per lui scattano gli arresti domiciliari presso l’abitazione familiare, a Castelnuovo Cilento. Una beffa: il compito di controllarne l’osservanza viene affidato agli stessi carabinieri denunciati. Inizia il tormento al punto che diverse volte chiederà di tornare in carcere. Ma quando tutto sembra volgere per il meglio con il proscioglimento da ogni accusa, per Franco inizia la terza fase di persecuzione: quella dello Stato. Alla fine venti anni di angherie, soprusi, minacce, botte, lasciano il segno. Psicologicamente fragile, Franco si sente perseguitato. Ogni volta che incrocia una divisa, entra nel panico. Per due volte il sindaco di Castelnuovo firma la richiesta per un trattamento sanitario obbligatorio. Esperienza traumatica che Franco riesce a superare continuando ad insegnare. Adora i bambini e i bambini adorano questo maestro altissimo. Le uniche proteste dei genitori sono perché è poco severo. Di certo non una minaccia. Ma così non la pensa il sindaco di Pollica Acciaroli, Giuseppe Vassallo che ha formati contro di lui il Tso fatale. Il 30 luglio Franco si trovava nella località turistica cilentana quando, per l’ennesima volta, viene inseguito dai carabinieri. In preda al panico scappa. La pattuglia desiste. Il maestro trova rifugio nel bungalow del campeggio Club Costa Cilento. Un luogo tranquillo, per lui. Circondato da amici e persone che lo stimano come la signora Licia, la proprietaria del camping, che, di tanto in tanto, gli lascia i nipotini. Ma la mattina seguente l’incubo delle forze dell’ordine ritorna, prepotente. Arrivano sul posto una quindicina di carabinieri, una pattuglia dei vigili urbani, un medico dell’ospedale di Vallo della Lucania. Voglio portare Franco in ospedale. Il maestro scappa dalla finestra, si getta in mare, a nuoto raggiunge una secca. Per oltre due ore resta in acqua. Sopraggiunge anche una motovedetta della guardia costiera per avvertire i bagnanti che “è in corso una caccia all’uomo”. Stremato, si arrende. Raggiunge la spiaggia, chiede una sigaretta, si fa una doccia. E’ tranquillo. Consapevole di ciò che lo aspetta. Eppure, gli vengono fatte tre iniezioni. Sale sull’ambulanza e il suo ultimo messaggio è per la signora Licia. «Se mi portano a Vallo, non ne esco vivo». E così sarà. Dopo quattro giorni di Tso muore per un infarto causato da edema polmonare. Una morte naturale, “normale”, dicono dall’ospedale. Ma dall’autopsia emergono particolari inquietanti. Franco aveva diversi lividi sul corpo e segni di lacci su polsi e caviglie. Era stato legato per tutti e quattro i giorni di Tso, anche se sulla cartella clinica non c’è traccia della contenzione. Ci rechiamo all’ospedale di Vallo per parlare con i medici. Nessuno apre bocca. Nessuno ha visto niente, anche se quattordici, fra medici e infermieri, sono tutt’ora sotto inchiesta. Tutti tacciono anche quando facciamo notare che le sbarre alle finestre e le porte del reparto chiuse a chiave non sono “normali”. Chiediamo di parlare con i vertici dell’ospedale per avere dei chiarimenti che, puntualmente, non arrivano. «Quello che succede di sopra, non lo so» ci spiega, come se niente fosse, il vicedirettore. Ogni nostra domanda è un secco «no comment». Neanche quando domandiamo se avesse avuto notizia di una rissa al piano di sopra, cosa che spiegherebbe la contenzione (anche se non protratta per quattro giorni) e i lividi. «Quello che succede di sopra…». Certo, i dirigenti dell’ospedale non lo sanno. Rassicurante. Sta di fatto che un maestro elementare, che ha vissuto tutta la sua vita di precario insegnante, perseguitato da fascisti, forze dell’ordine, amministratori locali in quanto “noto e pericoloso anarchico”, in poche ore è passato dalla calda spiaggia di Acciaroli al freddo marmo dell’obitorio dell’ospedale di Vallo della Lucania. Tutto per un trattamento sanitario obbligatorio deciso da un sindaco che non voleva avere problemi in una località che ha appena ottenuto la bandiera blu d’Europa e millanta di essere il paese di Ernest Hemingway. Come chiosa il professor Galzerano, «un falso storico senza
precedenti».

Se la memoria coltiva l’odio
Ci sono in giro amministratori senza scrupoli che fanno ricorso a Tso selvaggi per togliersi di torno cittadini indesiderati. Basta questa denuncia per spiegare la morte di Francesco Mastrogiovanni? Il passato politico di questo maestro anarchico che adorava i bambini riemerge dalle nebbie in un momento ben preciso, l’evento memoriale rappresentato dalla pubblicazione di Cuori Neri , il libro di Luca Telese che rievoca la morte di Carlo Falvella, insieme a quella di altri militanti neofascisti uccisi negli anni 70. Questo volume ha rivitalizzato, attorno ad una retorica vittimaria e sepolcrale, il senso di appartenenza della comunità nera. Da allora la vita di Francesco è ripiombata nell’inferno. Nelle terre del Cilento, dove era tornato a vivere, qualcuno si è forse sentito in dovere, e nel potere, di rianimare vecchi odii e nuovi rancori?

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di Doriana Goracci

Reset-Italia, 11 settembre 2009

Succedeva ad agosto, mentre in molti erano al mare, ci stava anche Francesco Mastrogiovanni prima su una spiaggia poi su un letto di contenzione. L’altro non è solo un quotidiano che pure ha scritto di lui, è anche Francesco Mastrogiovanni, anarchico intollerante, un caso che solleva ancora domande, non solo quelle che ci pone ossessivamente il Sistema dei Media. Sento ancora la necessità di scriverne anche se altro non posso fare che impegnarmi a ricapitolare e portare a conoscenza di più persone un fatto grave, molto grave, accaduto ad un maestro definito anarchico, magari “affetto da mania di persecuzione” come si è detto, come chi ha vissuto intensamente e che viene rammentato in un Castello vero, che si vedrebbe con piacere far crollare, quasi fosse di carta.

Il primo video che invio, segnalato sul sito La dimora del tempo sospeso e Filarmonici è stato registrato mercoledì 9 settembre al Castello dell’Abate (Castellabate) dove si è tenuto un incontro per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni” e contiene anche interviste all’editore Giuseppe Galzerano e al curatore della rassegna Alfonso Amendola. La rassegna “Finisterre Plus“ composta da video, musica e performance è stata dedicata per più giorni a William Burroughs con un concerto-reading “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” .

” Tra sperimentazione artistica e riflessione sociale. Infatti grazie agli interventi di Giuseppe Galzerano e Giuseppe Tarallo si è ricostruita la tragica fine dell’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni morto lo scorso 4 agosto nell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo che era stato arrestato e sottoposto a un TSO. A partire da questa storia, piena di ombre e violenza, gli organizzatori hanno voluto ampliare il contesto organizzativo della rassegna dedicata a William Burroughs – autore che spesso ha raccontato le dimensioni della violenza, dell’oppressione e delle gabbie sociali- e proporre la testimonianza di chi ha seguito la storia di Franco Mastrogiovanni (una “storia vera” che sembra uscita da uno dei romanzi – a sfondo persecutorio – del grande scrittore ed artista americano)”

Poi ce n’è un altro di video che pone molte domande, le altre domande: “Ad un mese dalla morte di Francesco Mastrogiovanni all’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania, l’ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, pone una serie di interrogativi sui giorni trascorsi all’ospedale “San Luca” e sulla misura del Trattamento Sanitario Obbligatorio, richiesto dagli uffici del Comune di Pollica. Un appello affinché qualcuno risponda”.

Le carte processuali, gli appelli, le indagini sembrano rotolare con il vento quasi d’autunno, come le rivendicazioni di altra natura, il lavoro e la sicurezza, la casa e la salute, l’ informazione,la cultura, la dignità .

Non è una vendemmia felice, si raccolgono spesso solo i semi transgenici del malessere globale. E si dà il caso come ci offre Annalisa Melandri nel suo blog dove “mille solitudini fanno un popolo in lotta…” che leggo e trascrivo Sandro Padula “In un paese come l’Italia, in questo strano impero del bene, non dovremmo meravigliarci se gli attuali indagati per la morte di Francesco fossero assolti dall’accusa di omicidio colposo. Nessuno però ci venga a dire che Franco, amico della vita, dei suoi giovani studenti, dei suoi concittadini e di tutti i libertari del mondo, si sarebbe suicidato”.

Leggo Franco Senia che racconta di molti anni prima, quando incontrò Francesco Mastrogiovanni per il processo “politico”: “…c’è da dire, per onestà, che quando arrivammo a Vallo, prima che cominciasse il processo, ci incontrammo coi dirigenti del PCI locale. Ricordo ancora il viso del segretario, anche se non ne ricordo il nome. Ci disse che era successo un casino, perché loro avrebbero voluto sostenerci ed aiutarci, fino a metterci a disposizione la sede per fare dormire i compagni. Ma la direzione provinciale aveva posto il veto!
Così si rosicchiavano i soldi, ai libri venduti, e ad altro, per poter pagare l’albergo. Ricordo come, ad un certo punto si “materializzò”, un vecchio amico di Franco Leggio che aveva una pizzeria alla fine del paese, e che, praticamente, ci dava da mangiare. Ce ne sarebbero di cose da ricordare, di nomi e di facce, di storie, dal piacere di incontrarsi in quello strano paese, fino alla notte passata all’addiaccio, in attesa della sentenza. Le lacrime e la rabbia. Perché si seppe ancora una volta che se scampavi ai fascisti, ci pensava lo stato. Com’è tornato a succedere, trentacinque anni dopo!”

Per concludere questo aggiornamento, scelgo Filarmonici ad agosto 2009 su Facebook: *Gruppo per far luce sulla morte di Francesco Mastrogiovanni, avvenuta il 4 agosto 2009 nel reparto psichiatrico (Spdc) dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dove Mastrogiovanni era stato rinchiuso e legato al letto di contenzione a seguito di un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) disposto dal Sindaco di Pollica (SA) il 31 luglio 2009. Francesco Mastrogiovanni era stato condotto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura contro la sua volontà dopo essere stato prelevato con la forza dai Carabinieri presso il campeggio di Marina Piccola (Comune di San Mauro Cilento) dove si trovava in vacanza. La “cattura” di Mastrogiovanni ha avuto luogo con un ingente dispiegamento di forze, giustificato dalla dichiarazione, contenuta nel provvedimento di TSO, che si trattava di «noto anarchico», personaggio «pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri»*

PERCHE’

“ci appare urgente portare alla luce un aspetto dell’Italia poco noto a chi vive nelle grandi città, all’ombra dell’anonimato che ci regalano le moltitudini: nella provincia, nei piccoli paesi, esiste sovente una sproporzione fra soggetti da controllare e controllori. Questo innesca molte volte una capillarità ossessiva dell’osservazione dello stato. In pratica un’intera stazione dei carabinieri, o un intero ufficio Digos si occupa stabilmente di un unico minimo gruppetto di tipi strani o addirittura di un unico individuo con la “fobia per i carabinieri”. Questa é una vessazione in sé, anche quando non conduce né a TSO né a procedimenti penali. Ma di solito vi conduce. Sono cose che non si sanno. O cui non si pensa. Noi vogliamo che si sappiano, e vogliamo che tutti ci riflettano e possano giudicare se si sentano sicuri grazie a ciò che si fa in nome della sicurezza. E della sicurezza di chi si stia parlando: perché Francesco Mastrogiovanni stava in vacanza e dopo quattro giorni era morto, perché le forze dell’ordine erano andate a prenderlo. Questa é l’unica cosa indiscutibile da cui partiamo. A questo fine intendiamo raccogliere, pubblicare e diffondere tutti gli elementi che emergeranno. Invitando ciascuno a ricavarne le opportune riflessioni. Già che ci siamo, ne avanziamo subito una: gli stessi carabinieri che avevano fatto il blitz contro Mastrogiovanni che passeggiava in ciabatte da mare, adesso portano avvisi di garanzia a medici e infermieri. Lo stesso stato che ha determinato il danno, ora pretende di giudicarlo e di distribuire assoluzioni e forse anche condanne. Nei riguardi tutti, salvo che di sé stesso e delle sue leggi. Ecco, nella ricerca che vorremmo avviare, lo stato non dovrà essere al di sopra delle parti, ma essere chiamato precisamente in giudizio. Già ora infatti, con i soli dati di cui disponiamo, é evidente che Mastrogiovanni é morto a causa dello stato. E che quindi, come sempre d’altro canto, non é dallo stato che possiamo attenderci verità e giustizia”.

Dicono che il Castello dell’Abate costruito nel 1121 e che poi ha dato nome al paese, Castellabate, oggi si presenta in buono stato di conservazione, dominando ancora il litorale del Cilento dall’alto del promontorio di Licosa. Solleviamo lo sguardo, almeno quello, potrebbe incuriosirci e farci muovere il conoscere dal basso e ancora andare. Stare fermi su una Prima Pagina che non offre “altre” notizie, fa grande solo la rassegnazione e la pena. Rimane invisibile l’altra, l’altro, noi.

Doriana Goracci

Per l’anarchico Francesco Mastrogiovanni il TSO è stato doppio. È morto, come da cronaca, mentre la Salute Mentale stava praticando su di lui un Trattamento Sanitario Obbligatorio, previsto, come tutta l’altra legislazione italiana, propriamente all’interno dei Diritti Umani.

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Mercoledì 9 settembre 2009 (ore 20.30), al Castello dell’Abate (Castellabate),
un incontro per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni”.

L’incontro si svolgerà nell’ambito della rassegna “Finisterre Plus” la rassegna di video, musica e performance dedicata a William Burroughs e diretta da Alfonso Amendola e Costabile Guariglia come momento di riflessione ed analisi che precede il concerto-reading “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” azione performativa a cura dei collettivi sperimentali “makinef” & “frame dada” (con una serie di letture creative dedicate a “La scimmia sulla schiena”, “Interzona” e con alcuni potenti spunti maturati dall’esperienza di “Genova 2001”). Info-line: http://www.frontieraimmaginifica.it/ftp.

La serata si annuncia densa e speciale.
Tra sperimentazione artistica e riflessione sociale.

Infatti grazie agli interventi di Giuseppe Galzerano e Giuseppe Tarallo si ricostruirà la tragica fine dell’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni morto lo scorso 4 agosto nell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo che era stato arrestato e sottoposto a un TSO.

A partire da questa storia, piena di ombre e violenza, gli organizzatori hanno voluto ampliare il contesto organizzativo della rassegna dedicata a William Burroughs – autore che spesso ha raccontato le dimensioni della violenza, dell’oppressione e delle gabbie sociali- e proporre la testimonianza di chi ha seguito la storia di Franco Mastrogiovanni (una “storia vera” che sembra uscita da uno dei romanzi – a sfondo persecutorio – del grande scrittore ed artista americano).”

“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili”
PARTECIPATE!

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Franco Senia, 24 Agosto 2009

Era il titolo del libro-inchiesta che, nel 1974, il “Comitato Anarchico G.Marini” di Firenze mandò alle stampe, nel quadro della campagna per la liberazione di Giovanni Marini, a fronte del processo che si sarebbe celebrato di lì a poco. Franco Mastrogiovanni, l’ho incontrato un paio di volte. La prima a Salerno, subito dopo la prima tornata del processo, in attesa del trasferimento del procedimento a Vallo della Lucania. La seconda a Vallo, in quei giorni, in quelle settimane frenetiche e piene, con la speranza che si potesse davvero, utopisticamente, arrivare ad una sentenza di assoluzione.
Un processo politico, uno di quelli che “non se ne fanno più”. Mi torna in mente il film di Montaldo su Sacco e Vanzetti, e di come si concludano sempre i “processi politici”. Forse si doveva fare un processo … tecnico. No, meglio così!
Ci arrivai per primo, a Vallo, se non il primo. Partii da Firenze insieme ad una compagna che si fermò a Salerno: avrebbe raggiunto dopo Vallo della Lucania, e scesi a Casalvelino Scalo, dove mi fermai a dormire da un compagno del posto. Troppo lontano Casalvelino da Vallo Scalo e da Vallo. Mi trasferii in albergo a Vallo. c’è da dire, per onestà, che quando arrivammo a Vallo, prima che cominciasse il processo, ci incontrammo coi dirigenti del PCI locale. Ricordo ancora il viso del segretario, anche se non ne ricordo il nome. Ci disse che era successo un casino, perché loro avrebbero voluto sostenerci ed aiutarci, fino a metterci a disposizione la sede per fare dormire i compagni. Ma la direzione provinciale aveva posto il veto!
Così si rosicchiavano i soldi, ai libri venduti, e ad altro, per poter pagare l’albergo. Ricordo come, ad un certo punto si “materializzò”, un vecchio amico di Franco Leggio che aveva una pizzeria alla fine del paese, e che, praticamente, ci dava da mangiare. Ce ne sarebbero di cose da ricordare, di nomi e di facce, di storie, dal piacere di incontrarsi in quello strano paese, fino alla notte passata all’addiaccio, in attesa della sentenza. Le lacrime e la rabbia. Perché si seppe ancora una volta che se scampavi ai fascisti, ci pensava lo stato.
Com’è tornato a succedere, trentacinque anni dopo!

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Gaetano Bonanno

Contraria-mente, 4 settembre 2009

Nei reparti per la Tutela della Salute Mentale si muore di TSO. Le pratiche repressive, violente e sanguinarie eseguite fino alla morte sulla pelle di Francesco, per gli psichiatri fanno parte del protocollo previsto per casi di Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Il 31 Luglio 2009, Francesco Mastrogiovanni, di 58 anni, viene ricoverato, contro la propria volontà presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania. Aveva 58 anni. Alle 7.20 di martedì 4 agosto viene trovato morto nello stesso reparto presso cui era stato ricoverato.
È stato il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, ad emanare e firmare Trattamento Sanitario Obbligatorio contro Mastrogiovanni ma avrebbe potuto essere un altro qualsiasi dei tanti sindaci di questa democratica dittatura.
Secondo le cronache, dall’autopsia si evince che Francesco è morto per un edema polmonare provocato da un’insufficienza ventricolare sinistra e si rivela che il suo corpo presenta profonde lesioni a polsi e caviglie verosimilmente causate dai cordami utilizzati dai sanitari per legare una persona al letto. Anche per la procura di Vallo della Lucania, le lesioni dimostrerebbero l’allettamento forzato e prolungato del paziente in un letto di contenzione.
Non si sa, cosa che vogliamo sapere, quale malattia mentale gli abbiano trovato per rinchiuderlo fino alla morte, nel giro di quattro giorni, in un reparto psichiatrico ma per Francesco c’erano le aggravanti: «noto anarchico», personaggio «pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri», ribelle alla regola. Infatti Francesco fino alla fine si è professato anarchico e chi lo conosceva ne ha testimoniato i suoi comportamenti dolci, gentili, premurosi fuori dal comune. Perfino il parroco di Castelnuovo don Pietro Sacco, del quale non si possono sospettare simpatie anarchiche e che conosceva Franco da 37 anni, ha apprezzato i suoi sentimenti nobili, il suo attaccamento al senso della giustizia e l’attenzione che mostrava verso gli ultimi.
Anche quest’ennesimo TSO ha avuto le caratteristiche più di un attentato terroristico che di una pratica sanitaria dell’Istituzione psichiatrica contro un individuo a cui è stata certamente diagnosticata una malattia mentale ma nei confronti della quale era stata promessa cura e assistenza. Infatti la mattina del 31 luglio decine di carabinieri e vigili urbani, «alcuni in borghese, altri armati fino ai denti, hanno circondato la casa in cui alloggiava dall’inizio di luglio per le vacanze estive» con uno spiegamento di forze dell’ordine e di armi degno dell’arresto improbabile di un boss della camorra ma solo per dar seguito a un’ordinanza di Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Puntuale la replica degli psichiatri: «Finora sono state scritte solo falsità». «Contestiamo quanto finora pubblicizzato a mezzo stampa perché destituito di qualsiasi fondamento – ha detto Antonio Fasolino, insieme a Francesca Di Genio legale del primario di Psichiatria, Michele Di Genio – Il professor Mastrogiovanni è giunto in ospedale a seguito di una emanazione di un’ordinanza di “trattamento sanitario obbligatorio” da parte del comune di Pollica. I sanitari dell’ospedale di Vallo della Lucania hanno seguito il protocollo previsto per casi come questo».
Il pm nel suo atto di accusa dice che «Hanno ucciso un uomo in un letto di contenzione».
Francesco era un anarchico e un vissuto da anarchico aveva avuto e non è la prima volta che un anarchico, dove non viene ucciso misteriosamente, finisce in trattamento psichiatrico. Nonostante ciò dire che Francesco abbia avuto un TSO perché anarchico sarebbe negare che tali trattamenti non sono riservati solo agli anarchici o ai “non omologati”; sarebbe come tenere in scarsa considerazione che di TSO muore tanta gente che niente ha a che vedere con l’Anarchia. Nello stesso tempo vogliamo evidenziare e denunciare che se tale trattamento, propriamente con quel tipo di protocollo, è quello riservato a tanta brava gente, quello riservato a Mastrogiovanni è un TSO doppio.
Non siamo certo in tempi di Psichiatria manicomiale né di ospedale psichiatrico. La morte di Mastrogiovanni è avvenuta all’interno delle solo diversamente autoritarie strutture della Salute Mentale. Che cosa si vorrebbe poter conservare di tali moderne nonché democratiche strutture di dominio sanitario che promettono tutela e garantiscono la morte? Niente. Proprio niente. La stessa dignità e lo spirito di abnegazione di quella minoranza dallo sguardo diverso sulla follia sono già periti sotto una mangiata di povere nella stessa sepoltura che ha seppellito Franco come tanti altri individui travolti dalla scienza psichiatrica.
A quanto l’avvio di un processo di distruzione delle attuali invisibili ma più spesse mura della Salute Mentale dove la nostra vita viene consumata prima ancora di essere stata usata?

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BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. – Al Ministro degli Interni e al Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali

Per sapere – premesso che:

- Alle 7.20 di martedì 4 agosto 2009 un uomo di cinquantotto anni, Francesco Mastrogiovanni, originario di Castelnuovo Cilento e insegnante elementare, è morto legato al letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania per un edema polmonare, dopo essere stato ricoverato il 31 luglio 2009 per un Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.), ordinato dalla Giunta del Comune di Pollica Acciaroli.

- Secondo i parenti della vittima e alcuni testimoni oculari, la sera del 31 agosto 2009 l’uomo è stato legato al letto ed è rimasto in tali condizioni per quattro giorni. La misura è stata confermata dal medico legale Adamo Maiese, che ha riscontrato segni di lacci su polsi e caviglie della salma durante l’autopsia.

- Durante l’esame del corpo, disposto dal sostituto procuratore Francesco Rotondo, è stata rilevata in effetti la presenza di profonde lesioni ai polsi e alle caviglie, dovute a uno stato di contenzione prolungato, con l’utilizzo di mezzi fisici. Secondo un articolo apparso sul quotidiano Il Mattino del 13 agosto 2009, “Sul suo corpo sono state riscontrate lesioni su polsi e caviglie, segno dell’utilizzo di legacci abbastanza spessi, plastica rigida o addirittura filo di ferro”. Una pratica estremamente invasiva, che però nella cartella clinica di Mastrogiovanni non è mai menzionata né, tanto meno, motivata come prevede la legge.

- Nella cartella clinica della vittima, secondo il suddetto articolo del 13 agosto 2009 apparso su Il Mattino, “ci sarebbe un ‘buco’ di oltre 10 ore rispetto ai trattamenti a cui il maestro è stato sottoposto prima di morire, ovvero dalle ore 21 del 3 agosto fino alle 7,20 del giorno successivo, quando i medici del reparto ne hanno constatato il decesso”. Secondo un articolo dello stesso quotidiano titolato “Mastrogiovanni, in un video i quattro giorni di agonia” risalente al 15 agosto 2009, vi è il sospetto – maturato dal fatto che durante l’esame autoptico lo stomaco di Mastrogiovanni è stato trovato vuoto – che la vittima non sia stata nutrita durante i 4 giorni di contenzione o comunque per un lungo periodo.

- Il Gruppo EveryOne, organizzazione internazionale per i Diritti Umani, ha denunciato pubblicamente il suo caso in seguito ad alcuni articoli apparsi sulla stampa, esortando la Procura della Repubblica di Vallo della Lucania a “fare chiarezza quanto prima, perseguendo i responsabili, sia sulle cause del fermo coatto di Francesco, sia sull’inumano trattamento subito in ospedale”.

- Secondo un articolo del quotidiano Liberazione del 13 agosto 2009, titolato “Salerno – Francesco, ucciso dalla psichiatria e dalle forze dell’ordine”, che riporta la testimonianza della titolare del campeggio Club Costa Cilento, la mattina del 31 luglio decine di carabinieri e vigili urbani, «alcuni in borghese, altri armati fino ai denti, hanno circondato la casa in cui alloggiava dall’inizio di luglio per le vacanze estive». Nell’articolo si racconta che, spaventato dal dispiegamento di forze, Mastrogiovanni “Scappa dalla finestra e inizia a correre per il villaggio turistico, finendo per gettarsi in acqua. Come non bastassero carabinieri e vigili urbani «è intervenuta una motovedetta della Guardia Costiera che dall’altoparlante avvertiva i bagnanti: “Caccia all’uomo in corso”» racconta, ancora incredula, Licia.
Per oltre tre ore, dalla riva e dall’acqua, le forze dell’ordine cercano di bloccare Francesco che, ormai, è fuori controllo.” E ancora: “salì «di sua volontà» sottolinea Licia del campeggio Club Costa Cilento «su un’ambulanza chiamata solo dopo averlo lasciato sdraiato in terra per oltre quaranta minuti una volta uscito dall’acqua». Licia non potrà mai dimenticare la frase che pronunciò Francesco in quel momento: guardandola, le disse: «Se mi portano all’ospedale di Vallo della Lucania, non ne esco vivo». E così è stato”.

- Il quotidiano Liberazione scrive inoltre: “Oscuri i motivi della decisione: si dice per disturbo della quiete pubblica. Fonti interne alle forze dell’ordine raccontano di un incidente in cui, guidando contromano, alcune sere prima, avrebbe tamponato quattro autovetture parcheggiate, «ma nessun agente, né vigile, ha mai contestato qualche infrazione e nessuno ha sporto denuncia verso l’assicurazione» ci racconta Vincenzo, il cognato di Francesco. Mistero fitto, quindi, sui motivi dell’‘assedio’, che getta ovviamente nel panico Francesco.”

Considerato che:

- Perché venga attuato un Trattamento Sanitario Obbligatorio, secondo il Gruppo EveryOne, “devono coesistere 2 certificati medici che accertino che: 1) la persona si trova in una situazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici; 2) la persona rifiuta gli interventi terapeutici proposti; 3) non è possibile adottare tempestive misure extra-ospedaliere per la persona”.

- Sempre secondo il Gruppo EveryOne, “Il T.S.O. rappresenta un uso consolidato in molte città italiane e il suo fine coercitivo è dimostrato da molti casi. E’ emblematico quello di Giuseppe Casu, che il 15 giugno 2006 a Quartu (Cagliari) venne prelevato a forza, ammanettato alla barella e portato via per un ricovero coatto in psichiatria, dove morì una settimana dopo per Tromboembolia venosa.

Un altro caso rappresentativo di questa terapia dell’orrore è quello di Siamak Brahmandpour, italiano di origini iraniane, biologo all’ospedale di Campo di Marte di Lucca che, il 24 agosto 2007, è stato coattivamente prelevato dal posto di lavoro da quattro medici accompagnati da tre vigili urbani e trasferito nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Pontedera in seguito a un litigio con i colleghi. Il fatto che avesse denunciato ripetutamente episodi di mobbing avvenuti nell’ospedale dove prestava servizio potrebbe aver indotto qualcuno a ritenerlo ‘pericoloso’”.

- Casi di morti in seguito a T.S.O., e di gravi abusi a esso connessi, sono documentati nel sito della succitata organizzazione,www.everyonegroup.com. In particolare viene proposto il caso di Mauro Zavalloni, attivista membro di EveryOne sottoposto a trattamento farmacologico obbligatorio e attualmente oggetto di intimidazioni per aver denunciato pubblicamente gli abusi subiti.

- L’art. 32 della Costituzione italiana afferma che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti al rispetto della persona umana”.

- L’art 2 della legge n. 833 del 23 dicembre 1978 afferma: “[…] La tutela della salute mentale privilegiando il momento preventivo e inserendo i servizi psichiatrici nei servizi sanitari generali in modo da eliminare ogni forma di discriminazione e di segregazione pur nella specificità delle misure terapeutiche, e da favorire il recupero ed il reinserimento sociale dei disturbati psichici. […]”.

- Secondo la Convenzione contro la Tortura e altre Pene o Trattamenti Crudeli, Inumani o Degradanti la tortura è “qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla o esercitare pressioni su di lei o di intimidire o esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale”. (Articolo 1)

Per sapere:

se i Ministri interrogati siano a conoscenza del drammatico fatto verificatosi nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania;

se non ritenga il Ministro degli Interni che il dispiegamento di uomini e mezzi, rispetto a quanto su esposto, sia stato del tutto sproporzionato, nonché illecito, distraendo energie al necessario controllo del territorio;

se i Ministri interrogati non ritengano che il trattamento riservato al sig. Mastrogiovanni non sia altamente lesivo dei suoi diritti e della sua dignità di essere umano;

se non ritengano i Ministri interrogati che occorra d’urgenza modificare le politiche finora qui intraprese riguardo alle disposizioni di Trattamento Sanitario Obbligatorio, in modo da garantire una maggiore tutela del paziente e dei suoi diritti ai sensi della Costituzione e delle norme di diritto nazionale e internazionale che tutelano la dignità, il diritto alla vita e alla salute di tutti gli individui;

se i Ministri interrogati intendano attivare, negli ambiti di rispettiva competenza, le opportune iniziative ispettive al fine di accertare le eventuali specifiche responsabilità da parte delle Autorità di Forza Pubblica nonché del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania nella morte del sig. Mastrogiovanni;

quali interventi i Ministri interrogati, nei limiti delle proprie competenze, intendano adottare nel momento in cui tali responsabilità siano state individuate;

se si conoscano gli esiti delle inchieste della magistratura sui decessi analoghi a quelli su menzionati e quali provvedimenti sono stati presi per scongiurarne altri.

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Dal blog “L’incarcerato” (versione originale con link e commenti)

2 settembre 2009

Ci stiamo abituando care teste di capra, oramai morire ammazzati dallo Stato è diventata routine.

E noi invece di indignarci, scendere in piazza, denunciare alla Comunità Europea che ogni giorno sistematicamente vengono violati i diritti umani, cosa facciamo? Poniamo le famose dieci domande a Berlusconi riguardo i suoi festini privati.

Tutti voi oramai siete a conoscenza della storia del signor Casu, morto a causa del Trattamento Sanitario Obbligatorio. Si pensava che una storia del genere non si potesse ripetere e invece il 4 Agosto scorso è riaccaduto di nuovo. Ovviamente nessun telegiornale ha riportato la notizia, solo qualche articoletto su alcuni quotidiani, ma niente più.

Lo Stato, per far fuori le persone che in qualche modo sono scomode, fastidiose, che possano mettere in difficoltà gli ingranaggi sofisticati del potere, oppure le persone diverse, non omologate al sistema, utilizza come “mezzo” la prigione, le cliniche per malati di mente, quindi i trattamenti sanitari, gli psicofarmaci, processi pilotati e altro.

In pratica sono mezzi di solito utilizzati durante le dittature del passato.

Francesco Mastrogiovanni era un uomo che insegnava alle elementari, aveva un solo difetto: professarsi anarchico.

Nel passato aveva sofferto molto, finì in carcere per futili motivi e rimase traumatizzato da quell’esperienza.

Negli anni settanta venne pure coinvolto in un processo importante, ove fu assolto. Si trattò del famoso scontro tra anarchici e fascisti di estrema destra ove morì Falvella, un fascista del Fronte della Gioventù Universitaria.

In quell’occasione Mastrogiovanni era stato ferito da un fascista con un coltello a una gamba. E Marini aveva spiegato che impugnando quello stesso coltello aveva ucciso Falvella, per difendersi.

Marini fu un amico di Mastrogiovanni ed entrambi indagarono sulla famosa e triste morte dei quattro ragazzi anarchici che avevano fatto un dossier sulla strage di Gioia Tauro. E care teste di capra, io a suo tempo gli dedicai un lungo post.

Il 30 luglio scorso succede qualche cosa. Mastrogiovanni prende una strada contromano e tampona 4 auto. E questo è anche da dimostrare.

Il giorno dopo il campeggio dove era in vacanza viene circondato da vigili e polizia. Uno spiegamento di forze enorme per catturare un uomo responsabile di un tamponamento?

Una motovedetta avvisa i bagnanti che è in corso una caccia all’uomo. Mastrogiovanni terrorizzato scappa da una finestra, si butta in mare ma viene catturato e rinchiuso nel reparto psichiatrico con un TSO (trattamento sanitario obbligatorio).
Gli hanno diagnosticato una nuova patologia: intolleranza ai carabinieri.

Mi ricordano le patologie inventate durante l’Unione Sovietica ove così potevano rinchiudere i dissidenti nelle cliniche psichiatriche. In pratica utilizzavano la repressione psichiatrica per eliminare personaggi scomodi.

Spero che leggendo questo molti di voi siano sobbalzati dalla sedia, vi rendete conto che stiamo utilizzando metodi altamente antidemocratici e repressivi?

Mastrogiovanni venne rinchiuso nella clinica psichiatrica di Salerno, dopo tre giorni è morto per edema polmonare.

Una cosa è certa ed indiscutibile, se non fosse stato rinchiuso, a quest’ora era vivo e continuava ad insegnare ai bambini.

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Laura Cuppini

Corriere della Sera, 19 agosto 2009

Vallo della Lucania, nel salernitano. Francesco Mastrogiovanni, 58 anni, sarebbe stato legato al letto per 4 giorni. È morto per un edema polmonare.

Legato a un letto, polsi e caviglie. Così sarebbe morto Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento di 58 anni. Il 31 luglio è stato sottoposto al Trattamento sanitario obbligatorio nell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania. Quattro giorni dopo, la mattina del 4 agosto, gli infermieri l’hanno trovato morto. Per edema polmonare, secondo il medico legale che ha effettuato l’autopsia. Forse Francesco Mastrogiovanni era legato su quel letto da troppe ore, forse addirittura da quattro giorni. «Nella cartella clinica non viene menzionata la contenzione fisica, ma dall’autopsia è risultato che aveva segni su polsi e caviglie compatibili con lacci di un materiale rigido» spiega Vincenzo Serra, cognato della vittima. Il Tso è un atto medico e giuridico regolamentato da una legge: è deciso dal sindaco su proposta di un medico e, qualora preveda un ricovero ospedaliero, richiede la convalida di un secondo medico. Della procedura deve essere informato anche il Giudice Tutelare di competenza. Insomma, uno strumento su cui esistono vari livelli di controllo e soprattutto, come impone la legge, esclusivamente finalizzato alla tutela della salute.

SETTE INDAGATI – La storia del maestro che, come dicono parenti e mici, «non passava inosservato» (anche per i quasi 2 metri di altezza), ha molti punti oscuri. Troppi. Tanto che la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta, affidata al pm Francesco Rotondo, e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto di psichiatria (compreso il primario, Michele Di Genio) che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. La famiglia sta preparando una denuncia e istituendo il comitato «Giustizia per Franco» (è il diminutivo con cui veniva chiamato usualmente), che ha una pagina online per il momento in costruzione (www.giustiziaperfranco.it). Anche l’associazione EveryOne (che si occupa anche di lotta agli abusi psichiatrici) ha preso a cuore il caso. «Stiamo mettendo a punto un’interrogazione parlamentare insieme ai Radicali proprio sulla morte di Mastrogiovanni e anche una denuncia in sede europea perché sia finalmente approvata una regolamentazione internazionale contro gli abusi» spiega il presidente Roberto Malini.

MISTERI – Ma cosa è successo quel 31 luglio? Francesco Mastrogiovanni era a San Mauro Cilento, stava trascorrendo dei giorni di vacanza in una casa di proprietà di una sua conoscente. Probabilmente ha avuto una crisi di nervi: fatto sta che i carabinieri sono andati a prenderlo, hanno circondato l’abitazione. Lui è scappato verso il mare, spaventato. Ma era circondato e alla fine ha ceduto. Lo hanno trascinato in macchina e quindi all’ospedale di Vallo della Lucania per il ricovero coatto. I familiari sottolineano che qui c’è un primo mistero. «Il Tso è stato chiesto dal sindaco di un altro Comune, ovvero Pollica Acciaroli – spiega Vincenzo Serra -, e non da quello di San Mauro Cilento dove Mastrogiovanni è stato fermato dai carabinieri». Buio anche sulle cause che hanno portato amministratori, medici e forze dell’ordine a optare per un provvedimento urgente ed estremo come il Trattamento sanitario obbligatorio. È trapelata la notizia di un incidente in cui l’uomo, guidando contromano, avrebbe tamponato quattro auto parcheggiate. Episodio su cui non esiste, secondo i familiari della vittima, alcuna denuncia o verbale. «L’ultima versione che circola è quella della guida contromano – spiega Peppino Galzerano, editore e amico di Mastrogiovanni -, ma prima ne sono state diffuse altre». Ma le possibili spiegazioni di questa morte vanno cercate nel passato del protagonista, e nell’immagine di “anarchico” che si era costruita, forse suo malgrado.

LA CONDANNA – Mastrogiovanni insegnava alle elementari da una ventina d’anni. Per un lungo periodo aveva vissuto nel Nord Italia per lavoro, poi era tornato nella provincia di Salerno, e aveva trovato un posto nella scuola della sua città, Castelnuovo Cilento. Non era un uomo tranquillo: la sua vita è stata segnata da una serie di eventi traumatici che hanno acuito la sua sensibilità, rafforzando in lui delle paure violente. «Alla fine degli anni ’90 aveva rotto una lunga relazione con una ragazza bergamasca, poi è morto suo padre – racconta il cognato -. Dunque ha deciso di tornare nella sua terra madre. Nel ’99 a Salerno il primo “incontro” con i carabinieri, per una causa futile: viene portato in caserma, processato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, condannato in primo grado a tre anni. Nella requisitoria il pm lo definisce “noto anarchico”. Sconta un mese di carcere e cinque di arresti domiciliari, ma intanto c’è il ricorso in Appello: in secondo grado viene pienamente assolto per non aver commesso il fatto». Mastrogiovanni sviluppa negli anni un terrore profondo verso le forse dell’ordine, in un paio di occasioni scappa alla semplice vista di una divisa. Viene considerato un soggetto patologico, ma lui si rifiuta di assumere farmaci. Ha paura anche di quelli. Fobie che accrescono la sua fama di “anarchico”. Inoltre quando viene fermato dai carabinieri il 31 luglio risulta positivo alla cannabis.

IL CASO FALVELLA – C’è un’altra vicenda, che risale a molti anni prima e che ha profondamente segnato il maestro: l’omicidio di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno, nel ’72. Mastrogiovanni era con Giovanni Marini e altri “compagni”. «Marini stava raccogliendo notizie per far luce sull’omicidio di cinque anarchici calabresi morti in quello che dicono essere stato un incidente stradale nei pressi di Ferentino (Frosinone) dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo» spiega Peppino Galzerano. C’è uno scontro tra militanti di destra e sinistra: Falvella muore. Nel processo Matrogiovanni è assolto, mentre Marini è condannato a nove anni.

PASSIONE PER I LIBRI – «Attorno alla sua figura si è costruita un’immagine di persona violenta, ma non era assolutamente pericoloso per la società – dice il cognato Vincenzo Serra -. Nella cartella clinica c’è scritto che era “aggressivo verbalmente”: spesso si arrabbiava, parlando di politica, ma non passava mai alle vie di fatto. Era sempre dedito alla lettura, collezionava libri, non era un “bombarolo”. Diceva semplicemente che non si fidava di nessuno, solo di se stesso. Negli anni 2002-2003 è stato sottoposto ad altri due Tso, poi negli ultimi quattro anni è stato tranquillo». I familiari non si aspettavano dunque un epilogo così tragico e fitto di elementi inquietanti.

CARTELLA CLINICA – Uno, fondamentale, riguarda la cartella clinica. Il medico legale che ha effettuato l’autopsia, Adamo Maiese, ha riscontrato segni di lacci su polsi e caviglie della salma. «Ho visto la cartella clinica e non risulta la contenzione – afferma Peppino Galzerano -. Inoltre c’è una contraddizione: la sera prima del decesso, alle 21, pare che gli infermieri non gli abbiano dato le medicine perché dormiva. Ma questo significa che era tranquillo: in questo caso che bisogno c’era di legarlo?». Galzerano non riesce a farsi una ragione di quanto accaduto: «È inaccettabile, un’offesa alla dignità umana, non è possibile che un uomo muoia in ospedale, cioè proprio nel luogo dove dovrebbe essere curato». Nella cartella clinica la pratica del contenimento forzato non sarebbe menzionata né motivata, come invece previsto dalla legge. Inoltre nel documento emesso dall’ospedale ci sarebbe un “buco” di oltre 10 ore, dalle 21 del 3 agosto alle 7.20 del giorno successivo, quando i medici hanno constatato il decesso.

DETERMINANTI I FILMATI – All’autopsia effettuata il 12 agosto, poche ore prima dei funerali, hanno assistito i legali della famiglia, Caterina Mastrogiovanni e Loreto D’Aiuto. L’ipotesi di reato cui devono rispondere i sanitari è al momento omicidio colposo. Saranno determinanti per le indagini le riprese girate nella camera durante il trattamento e subito dopo la sua morte dell’uomo. I legali dei medici indagati parlano di «falsità»: «Contestiamo quanto finora pubblicizzato a mezzo stampa perché destituito di qualsiasi fondamento – ha detto Antonio Fasolino, insieme a Francesca Di Genio legale del primario Michele Di Genio -. Il professor Mastrogiovanni è giunto in ospedale a seguito dell’emanazione di un’ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio da parte del comune di Pollica. I sanitari dell’ospedale di Vallo della Lucania hanno seguito il protocollo previsto per casi come questo».

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Intervista audio a Caterina Mastrogiovanni, legale della famiglia di Francesco Mastrogiovanni (Corriere della Sera TV, 21 agosto 2009)

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Emilia Urso Anfuso

http://www.gliscomunicati.com, 21 agosto 2009

Chi era Francesco Mastrogiovanni? Un insegnante elementare. Un marito forse. Un padre. Forse. Di più. Un condannato poi assolto. Un maniaco depresso. Un paziente psichiatrico violento tre volte ricoverato in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Un anarchico. Un morto. Da aggiungere ad una lista di altri morti. Spesso senza una logica. Un chiarimento. Una certezza.

La storia di Mastrogiovanni va raccontata in epoche diverse. Quella del passato: Francesco anarchico convinto, agli inizi degli 70 rimase coinvolto nel caso Marini per la morte del fascista Falvella. Discordanti le dichiarazioni dei testimoni oculari dell’accaduto di quel 7 Luglio 1972. Alcuni dissero che Marini ed altre persone – estremisti di sinistra – aggredirono a colpi di coltello Falvella mentre passeggiava con un amico, procurandone la morte. Altri dissero che Mastrogiovanni mentre passeggiava con Marini ed altri esponenti anarchici e di estrema sinistra, fu aggredito da Falvella ed il suo amico Alfiniti e che Marini per reagire all’aggressione, sferrò la coltellata mortale a Falvella.

Marini fu condannato nel 1974 a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale e concorso in rissa. Mastrogiovanni prima condannato per concorso in rissa e incarcerato. Poi assolto in appello. Sembra non si sia mai più ripreso psicologicamente dall’esperienza della carcerazione, che lo aveva profondamente segnato, fino a farne una persona che, periodicamente cadeva nel tunnel della depressione.

Nel 1999 fu condannato in primo grado a tre anni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale All’epoca nella sua requisitoria, il Pubblico Ministero ricordò più volte che Francesco era un anarchico. In secondo grado fu assolto per non aver commesso il fatto.

Da allora, la vita di Francesco andò avanti fra una ritrovata normalità a qualche episodio maniacale che lo vide ricoverato in alcuni reparti psichiatrici.

Oggi. Mastrogiovanni conduceva una vita mediamente tranquilla. Divenuto maestro elementare, amato dai bambini ed anche dalle famiglie. Uscito da tempo dalle cronache. Viveva. O sopravviveva. Non lo sapremo più

Si dice che in Luglio Mastrogiovanni abbia preso una strada contromano. Che abbia tamponato quattro vetture. Si dice poi che Mastrogiovanni, in vacanza in un campeggio del Cilento, il 31 Luglio 2009 si sia visto letteralmente circondare da Vigili Urbani e Carabinieri quasi in assetto di guerra o pronti ad arrestare un famoso e pericoloso latitante. Si dice che, a quella vista, qualcosa nella mente di Mastrogiovani si sia risvegliato: un ricordo, un oppressione, una tragedia mai risolta. Le vessazioni subite in carcere ai tempi. Poi gli arresti domiciliari. Per qualcuno, è da follia. Si dice che abbia tentato la fuga. Prima scavalcando una finestra. Poi correndo all’impazzata per il campeggio. Poi gettandosi in mare. Tre ore in acqua prima che i Carabinieri riescano a convincerlo ad uscire. Inutile tentativo di sfuggire ad un assurdo. Peraltro, era stata mobilitata persino la Guardia Costiera, che aveva allarmato la spiaggia comunicando ai bagnanti che era in atto un’’operazione.

Si dice ancora che dopo che Mastrogiovanni ha deciso di uscire dalle onde, vi sia stata una colluttazione. Ma altri hanno testimoniato che la situazione era sotto controllo e tranquilla. Qualcuno ha anche dichiarato che Mastrogiovanni ha fumato una sigaretta con alcuni vigili e Carabinieri prima di essere portato via. L’accusa? Il tamponamento. Il tentativo – vano – di fuga. Portato dove? Non al commissariato. Al manicomio. L’accusa? Personalità paranoide. Il sindaco richiede il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Per disturbo della quiete pubblica. Qualcosa che non sta in cielo ne in terra. Si interna in manicomio qualcuno che ha tamponato quattro auto e che vedendosi circondato dalle Istituzioni armate – sembra – eccessivamente tenti di primo acchitto di fuggire?

E scopriamo persino che esiste ancora “la quiete pubblica” da preservare, nella Società sempre più spesso pesantemente disturbata da suoni e vocerecci di ogni genere a tutte le ore del giorno e della notte, senza tregua e possibilità di soluzione?

Ma la decisione è presa. Francesco Mastrogiovanni viene portato nel reparto psichiatrico dell’Ospedale di Vallo della Lucania. Da quel momento tutto diviene oscuro e appiccicoso. Mastrogiovanni forse viene pesantemente sedato. Viene legato al letto di contenzione – questo appare certo dalle analisi del medico legale – sembra con del filo di ferro o di plastica. Viene lasciato legato a quel letto per quattro giorni. Ai parenti giunti in visita viene negata la possibilità di vederlo. Le ragioni fate dai sanitari, sono che il paziente è fortemente sedato e non si accorgerebbe nemmeno della visita. Meglio lasciarlo tranquillo.

Dal 31 Luglio 2009 al 4 Agosto, si perde qualsiasi informazione su Francesco Mastrogiovanni. Maestro elementare anarchico, amato dai suoi bambini. La notizia arriva e non viene diffusa sui media: Mastrogiovanni muore – sembra – per edema polmonare, a soli quattro giorni da un ricovero in psichiatria di cui nessuno sa nulla ne si comprendono le reali ragioni.

La Procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta e messo nel registro degli indagati i sette medici del reparto psichiatrico che hanno avuto in “cura” Mastrogiovanni nell’ospedale campano.

Non attendiamoci alcuna soluzione. Alcun chiarimento. Alcuna sentenza.

La storia, tutta la storia è folle. Nessun elemento – fra quelli conosciuti – rassicurano il lettore che si possa giungere al bandolo della matassa.

Un morto in più. Che non fa notizia. Ci siamo abituati.

Un morto senza giustizia. Ci siamo abituati.

Un anarchico in meno. Non pensavamo nemmeno che esistessero ancora.

Un maestro in meno. Nessuno se ne accorgerà. Forse solo i bambini. Cui sarà molto difficile spiegare cosa diavolo sia successo al loro insegnante.

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